L’aglio rosso è prevalentemente coltivato nei territori della Valle Peligna che circondano Sulmona (in provincia di L’Aquila), ma lo si può trovare anche in altre aree abruzzesi come la Valle del Tirino e laMarsica. È impiegato in massima parte per il consumo fresco ma anche per la produzione di una ricetta tipica e tradizionale, i “crastatelli” sott’olio. È l’unico ecotipo di aglio italiano che emette regolarmente lo scapo fiorale e, da analisi di laboratorio, risulta avere il più alto contenuto di oli essenziali sia nel bulbo sia negli scapi fiorali. Ciò rende l’aglio rosso di Sulmona particolarmente adatto per l’utilizzazione degli estratti in campo farmaceutico ed erboristico. La Valle Peligna è terra di antica tradizione agricola,

AGRUMI DELLA COSTA DEI TRABOCCHI

È sull’incantevole Costa dei Trabocchi, fra Ortona e Fossacesia, che si concentra la produzione di agrumi abruzzesi. Questo tratto di costa, lungo circa 15 km, che comprende i comuni di Ortona, San Vito Chietino, Rocca San Giovanni e Fossacesia, prende il nome dalle antiche e suggestive “macchine da pesca” citate spesso negli scritti di Gabriele d’Annunzio. Tra gli agrumi coltivati, l’arancio è la specie prevalente ed è rappresentato da vecchie varietà sia a polpa pigmentata rossa (ottime per le spremute) che a polpa bionda. La vivace colorazione delle arance rosse, ricche di vitamina C, è assicurata dalle antocianine, che oltre a conferire colore e gusto possiedono proprietà terapeutiche e antiossidanti con effetti antistress e antiinvecchiamento. Anche mandarino e limone sono presenti con diverse vecchie varietà di origine mediterranea. I terreni destinati alla coltivazione degli agrumi sono spesso in pendio e confinano con il mare. La raccolta viene fatta manualmente e si protrae per tutto l’inverno. Ricerche storiche hanno evidenziato che a importare l’arancio in questo territorio furono dei profughi sefarditi (ebrei di origine iberica)

CARCIOFO DEL VASTESE

La zona di produzione del “Carciofo del Vastese” comprende, principalmente, il comune di Cupello, dove è localizzata la maggior parte della coltivazione e i comuni limitrofi di Furci, Lentella, Monteodorisio, San Salvo e Vasto, dove il carciofo si coltiva anche in appezzamenti di modeste dimensioni e negli orti familiari. Le notizie storiche che comprovano la presenza del carciofo nel vastese risalgono al 1575, quando il padre domenicano Serafino Razzi, nel suo diario di viaggio in Abruzzo, andando da Histonium (Vasto) a Punta Penna e descrivendo i luoghi attraversati, cita la presenza dei carciofi selvatici. Già nel XVIII secolo, sul mercato di Lanciano, si potevano acquistare carciofi locali. Infatti in una nota del monastero di Santa Chiara di Lanciano, risalente al 20 maggio del 1757, viene riportato l’acquisto al mercato di alcuni carciofi utilizzati per l’alimentazione delle Clarisse. Dal Catasto Agrario del 1929 si hanno notizie dell’esistenza di carciofaie in produzione nel sessennio 1923-1928. Risulta inoltre che nel comune di Vasto, all’epoca, esistevano circa 19 ettari coltivati a carciofi. Con il mutare della situazione socio- economica del vastese, e in alternativa alle colture cerealicole,

CAROTE DELL’ALTOPIANO DEL FUCINO

La zona di produzione di questa carota comprende l’intero comprensorio dell’Altopiano del Fucino, in provincia di L’Aquila. Si presenta perfettamente liscia e di colore rosso arancio, è tenera, croccante e dal sapore dolce, caratteristiche tipiche delle varietà coltivate che vengono, in questo caso, esaltate dall’altitudine (700 m s.l.m.) e dalla natura del terreno in cui la carota trova le condizioni ideali per lo sviluppo. Le carote raccolte, mediante attrezzature idonee, vengono immediatamente trasportate nei centri di lavorazione per essere condizionate in relazione alle tipologie dettate dal mercato cui andranno destinate. La raccolta avviene valutando gli stadi di maturazione più idonei nei confronti delle diverse destinazioni del prodotto, in quanto si devono fornire garanzie di conservazione e mantenimento delle caratteristiche qualitative e organolettiche. Nella pratica comune le carote da consumo fresco si raccolgono quando le radici non hanno raggiunto il loro massimo accrescimento, al fine di esaltarne le caratteristiche organolettiche, nutrizionali e in particolare la croccantezza. Per quelle destinate all’industria ci si attiene alle indicazioni degli opifici di trasformazione. La tecnica di raccolta è quella meccanica in considerazione dei costi di produzione, ma talvolta si ricorre a quella manuale per ottenere

CASTAGNA ROSCETTA DELLA VALLE ROVETO

I castagneti della Valle Roveto si estendono alla destra del fiume Liri, lungo tutta la valle, e sono localizzati principalmente nei territori dei comuni di Canistro, Capistrello, Morino, Civitella Roveto, Civita d’Antino e Balsorano. La Roscetta della Valle Roveto è di colore bruno rossastro, liscia nella superficie e di volume rilevante, caratterizzata anche dalla particolare dolcezza del sapore dovuto al più alto valore dei glucidi solubili. La sua raccolta, rimasta inalterata nel corso degli anni, comincia in settembre con le operazioni di pulitura del bosco e a metà ottobre si effettua a mano in maniera tradizionale, raccogliendo i frutti nei cesti. Le castagne vengono conservate seguendo un trattamento particolare tramandato di generazione in generazione: dapprima tenute in acqua per circa 18 giorni, poi messe ad asciugare al sole, infine conservate in luogo rigorosamente asciutto. Possono

CECE

I territori interessati alla produzione di questa leguminosa sono gli altopiani e le vallate interne della Provincia di L’Aquila. I semi della leguminosa Cicer arietinum hanno ottime caratteristiche organolettiche. La tecnica di produzione prevede, normalmente, la semina primaverile su terreno già preparato e affinato prima dell’inverno. La semina viene effettuata in corrispondenza della luna mancante di marzo, altrimenti la pianta continua a fiorire, rimane verde tutta l’estate e non chiude il ciclo. I semi conservano la loro vitalità per due o più anni. Dopo la trebbiatura, il cece viene raccolto (di solito nella prima metà di agosto) e conservato in sacchi di juta posti in locali asciutti. Un riferimento sulla coltivazione di legumi di vario tipo nella Provincia di L’Aquila, si trova nel libro di Teodoro Bonanni Le antiche industrie della provincia di Aquila (1888) che parla di numerose “civaie” coltivate in tutta la provincia. Nel periodo di impianto del catasto, 1923-1928, si annoverano 32 ettari di ceci coltivati nella zona di Navelli,

CILIEGE DI RAIANO E DI GIULIANO TEATINO

La ciliegia è un prodotto ortofrutticolo fresco ottenuto dalla coltivazione di diverse varietà di ciliegio dolce. L’area di coltivazione interessa parte del territorio delle province di Chieti (Giuliano Teatino, Canosa Sannita, Ari, Torrrevecchia Teatina) e di L’Aquila (Raiano, Corfinio, Prezza). San Girolamo sosteneva che il ciliegio fu importato in Italia dall’Asia Minore ad opera di L. Licinio Lucullo, maestro di grande raffinatezza culinaria, dopo la terza guerra mitridatica. Questa pianta sarebbe originaria della città di Kerasunte (l’attuale Giresun), dal cui toponimo i romani ricavarono il nome del frutto e dell’albero, cerasum e cerasus. La fonte è senza dubbio autorevole, ma probabilmente le ciliege in Italia esistevano ancor prima dell’età classica come dimostrato da alcuni resti fossili rinvenuti in diversi scavi. Le fonti storiche che riguardano la ciliegia non sono numerose e si trovano principalmente nelle cronache cittadine, in quelle dei monasteri o in documenti testamentari.

COTOGNA E MARMELLATA DI MELE COTOGNE

La marmellata di mele cotogne e la cotognata appartengono a un’area vasta, che spazia un po’ in tutto il centro Italia, e ha riferimenti importanti in Abruzzo, Campania e in molti dei territori dell’antico regno borbonico. Si ottengono dalla lavorazione della mela cotogna (frutto del Cydonium vulgaris o malus) che matura in autunno ed è caratterizzata da un sapore fortemente acido e poco gradevole nonostante sia molto profumata; per questo motivo non è adatta al consumo fresco. Risulta invece molto indicata per la preparazione di marmellate, conserve e gelatine perché presenta un alto contenuto di pectine e tannini. Dalle mele cotogne infatti si ottengono essenzialmente marmellata e cotognata. Conosciuta in tutto il bacino del Mediterraneo e anticamente apprezzata per le capacità astringenti, ha una forma turbinato-ovale, costoluta, provvista di cinque logge contenenti ciascuna parecchi semi. È di colore verdastro e diventa gialla man mano che matura. Le antiche ricette relative alla conservazione si trovano nel De re rustica di Columella, quando veniva conservata essenzialmente cruda con il miele, mentre intorno al 1600 cominciò a essere utilizzata come conserva aggiunta a mosto. Successivamente, con

Con la dicitura “fagioli a pane” si identificano tipi diversi di fagiolo a seconda delle varie zone della regione. Coltivati nella Piana di Paganica e di Onna, i fagioli a pane sono di colore bianco- latte, reniformi, tipo “cannellini”, con tegumento esterno generalmente liscio, solo talvolta raggrinzito (se non ben maturo alla raccolta). Tipica coltura irrigua ad accrescimento indeterminato, viene impalcato con canne o frasche. Si semina in primavera su terreno letamato, segue il grano e precede le ortive. Un riferimento alla coltivazione di legumi di vario tipo nella Provincia dell’Aquila, datato alla fine dell’800, si trova nel libro di Teodoro Bonanni Le antiche industrie della provincia dell’Aquila (1888) che parla di numerose “civaie” coltivate in tutta la provincia. Per il fagiolo cannellino viene addirittura datato l’inizio della coltivazione, conseguente all’introduzione della semente da Marsiglia, avvenuta all’inizio del secolo XIX ad opera del marchese Giovanni Battista Dragonetti..

FARRO

La zona di produzione del farro comprende la fascia collinare interna e le zone pedemontane e montane delle quattro province d’Abruzzo. II farro esprime il suo potenziale produttivo anche in ambienti difficili e marginali; è tradizionalmente una coltura a bassissimo apporto energetico per il limitato numero di interventi colturali e, proprio per tale peculiarità, può essere annoverato tra i prodotti che più facilmente possono essere ottenuti con le metodologie dell’agricoltura biologica. Il farro in Abruzzo è sin dall’antichità coltivato per il consumo famigliare su piccoli appezzamenti soprattutto nelle zone montane, dove sono presenti, in cascinali abbandonati, i resti di vecchi mulini a pietra. Altro elemento che attesta la presenza storica del farro in Abruzzo può essere considerato l’uso, comune in talune zone agricole della regione, della parola “livesa” termine dialettale che sta appunto a indicare il farro e distingue la “livesa bianca” (T. spelta) dalla “livesa rossa” (T. dicoccum). Teodoro Bonanni in Le antiche industrie della provincia di Aquila, 1888 evidenzia la presenza del farro nel territorio dell’Aquila, notando che i prodotti annui oltrepassano i 60.000 tomoli, un terzo dei quali è segale, che vegeta e cresce in quei terreni ove non prospera bene il grano..

LENTICCHIE DI SANTO STEFANO DI SESSANIO

La lenticchia di Santo Stefano di Sessanio è coltivata esclusivamente su terreni situati fra i 1150 e i 1600 metri s.l.m. alle pendici del Gran Sasso, facenti parte del territorio dei comuni di Santo Stefano di Sessanio, Calascio, Barisciano, Castelvecchio Calvisio e Castel delMonte, tutti in provincia di L’Aquila. Si tratta di una zona di montagna, costituita da terreni marginali, sui quali, per le particolari condizioni pedoclimatiche, non si applicano interventi chimici sulle colture: è garantita così la massima genuinità dei prodotti. Le lenticchie di Santo Stefano di Sessanio sono piccole, saporite, di colore più scuro rispetto alle altre varietà, non hanno bisogno di stare in ammollo prima di essere consumate, sono di rapida cottura e si mantengono integre una volta cotte. Sono utilizzate prevalentemente per la preparazione delle calde e gustose zuppe abruzzesi. Un tempo considerati “carne dei poveri”, i legumi negli ultimi anni sono stati oggetto di un rinnovato interesse e oggi sono apprezzati per le

MANDORLE DI NAVELLI

La zona di produzione della mandorla di Navelli comprende la fascia collinare e le valli integrate dell’Altopiano omonimo. Presenta una forma medio lunga, ha il guscio duro e un sapore molto gradevole. Non si identifica con una varietà ben precisa, visto che la riproduzione è avvenuta sempre attraverso la selezione dei frutti dalle migliori piante già insediate nella zona. La maturazione è tardiva, e avviene tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre. Circa il 90% della produzione è costituito da frutti del tipo a pasta dolce e la resa dei semi, dopo la separazione dal guscio, è del 20-22 %. Il mandorlo può essere considerato a tutti gli effetti una coltura tradizionale. I motivi per i quali si sia diffuso tale tipo di coltivazione nell’Altopiano di Navelli sono da ricercare nella necessità, da parte delle popolazioni contadine che abitarono questi luoghi in passato, di integrare il mandorlo con le coltivazioni già esistenti, consapevoli che avrebbe dato oltre ai frutti, il legname utile alle esigenze domestiche..

MARMELLATA D’UVA (SCRUCCHIATA)

Si tratta di una confettura extra d’uva, che si presenta sufficientemente omogenea, di media consistenza, di colore violaceo scuro, abbastanza dolce e dal sapore tipico, con leggero retrogusto amarognolo, a volte lievemente acidulo. È ottenuta tradizionalmente da uve di vitigni autoctoni a bacca rossa, principalmente della varietà Montepulciano, vendemmiate quando hanno superato lo stato di maturazione ottimale. È certo che la preparazione della marmellata d’uva ha una lunga tradizione casalinga, trasmessa oralmente da generazioni, ed è per questo difficile reperire informazioni più precise. Comunque una conferma della lunga storia di questo prodotto è legata al principale utilizzo di attrezzi adoperati nella preparazione quali la “pellicciola” (antico setaccio per la passatura) che in alcuni mercati paesani è ancora reperibile, e dalle testimonianze raccolte in varie località quali Lettomanoppello (Pe), Vittorito (Aq), Miglianico (Ch), Roseto degli Abruzzi (Te). Inoltre la marmellata d’uva è tradizionalmente impiegata come ripieno in alcuni dolci tipici regionali quali i “calcionetti” e le “neole” di Natale, oppure, con l’aggiunta di noci o di mandorle opportunamente sminuzzate, per la preparazione di dolci tradizionali in diverse località abruzzesi.

MARRONE DI VALLE CASTELLANA

Prodotto nel territorio del comune di Valle Castellana e appartenente al gruppo del marrone fiorentino, del quale conserva le caratteristiche tipiche, il marrone di Valle Castellana presenta dimensioni molto variabili, come conseguenza dell’adozione di metodi di coltivazione esclusivamente “biologici”. La cura dei castagneti e la raccolta dei loro frutti è una pratica di cui si ha testimonianza in zona sin dal XIII secolo, come affermano il Palma (in Storia ecclesiastica e Civile, 1834) e il Lattanzi (in Appunti Storici su Valle Castellana, 1955), che raccontano come tale coltivazione fosse una pratica molto diffusa nel territorio. La formazione delle “ricciaie” e la “curatura” delle castagne sono pratiche utilizzate fin da allora per prolungare nel tempo la conservazione del prodotto, che era alla base dell’alimentazione popolare.

MELA DELLA VALLE DEL GIOVENCO

Le coltivazioni di ecotipi locali di melo sono ancora diffuse in moltissime zone interne d’Abruzzo, mentre altrove sono completamente scomparse. La località di elezione storica è quella di Ortona dei Marsi, in provincia di L’Aquila, situata a 1003 m s.l.m. sulla Valle del fiume Giovenco, da sempre nota per la qualità delle sue mele. Dalle vecchie cronache ottocentesche si apprende che per le popolazioni di campagna la primavera era, almeno nelle annate povere di raccolti, la stagione della fame. Così il giorno della mietitura era un momento di grande festa, perché era sinonimo di pane e abbondanza. Fonti locali fanno sapere che proprio in occasione della mietitura la gente del posto era solita preparare “l’acquata”, vino molto leggero ricavato dalla torchiatura di mele e dalla seconda torchiatura dei raspi d’uva. Questa bevanda, conservata con grande cura, veniva portata dalle donne agli uomini che lavoravano nei campi verso le nove del mattino, perché molto dissetante e poco alcolica. Si deve aggiungere che fino a non molto tempo fa tra i boscaioli di Bisegna e di San Sebastiano, da una parte, e i contadini di Ortona deiMarsi, dall’altra, esisteva una forma di baratto in base al quale gli uomini dei boschi scambiavano le pianticelle di melo selvatico con i prodotti della campagna..

MOSTO COTTO

Il Mosto cotto è una produzione che accomuna tutti i territori della regione Abruzzo. Presenta una buona densità: infatti, cola con filo continuo come l’olio. Ha un caratteristico colore violaceo scuro e un sapore molto dolce. Tradizionalmente l’uva utilizzata è quella del vitigno Montepulciano ma, a volte, anche quella di un’altra varietà locale del chietino, la Cococciola. La vendemmia è effettuata quando le uve sono ben mature, con i valori dei parametri di maturazione poco oltre a quelli ottimali per la vinificazione (23- 25% di zuccheri). Le uve non devono presentare nessuna anomalia. Il procedimento di lavorazione ha diverse fasi. L’uva viene pigiata con le normali pigiatrici oppure, per piccole quantità, manualmente. Il mosto-fiore così ottenuto viene filtrato per ripulirlo dalle bucce, dai vinaccioli e da altre impurità derivanti dalla pigiatura, fino a quando raggiunge una giusta limpidezza e sottoposto a cottura. In passato, per la cottura del mosto, si utilizzavano paioli di rame sul fondo dei quali si poneva un coccio di piatto in terracotta riscaldato nel camino. Dal raggiungimento della fase di ebollizione, il mosto viene lasciato addensare a fuoco lento per circa 3 ore, finché la quantità non raggiunge circa un quarto di quella di partenza. Il mosto cotto ottenuto si lascia raffreddare e si imbottiglia per la conservazione, che può durare anche due o tre anni, perché garantita dall’elevato tenore zuccherino. La preparazione del mosto cotto fa parte della secolare tradizione contadina abruzzese tramandata di generazione in generazione: prova ne sia che questo ingrediente è impiegato da sempre nella preparazione di dolci tipici, in particolare per i ripieni dei ”calcionetti” natalizi e delle “neole”.

OLIVE INTOSSO

La coltivazione delle olive “Intosso” (localmente anche dette ‘ndoss), comprende tutto il territorio della regione Abruzzo con particolare riguardo alle province di Chieti e di Pescara. Questa varietà viene utilizzata prevalentemente come oliva da mensa, anche se non mancano felici espressioni di olio extravergine d’oliva in purezza o, come anche prevede il disciplinare della DOP “Colline Teatine”, in piccola percentuale insieme ad altre varietà più note. Caratteristiche delle olive “Intosso” sono la drupe di forma ellittica con piccolo umbone apicale, la dimensione media e il peso che oscilla intorno a 3,5- 4 grammi. Il nocciolo è piuttosto grande caratterizzato da solcature marcate. La preparazione più diffusa delle olive è l’elaborazione in salamoia, il cui ciclo di lavorazione, denominato comunemente sistema “Sivigliano”, riguarda la preparazione di olive a fermentazione lattica e comprende diverse e articolate fasi per ottenere il prodotto finito..

PATATE DEGLI ALTIPIANI D’ABRUZZO

La zona di produzione è localizzata nelle aree interne della provincia di L’Aquila, sull’altopiano del Fucino, posto a circa 700 metri s.l.m., dove la superficie agricola destinata alla coltivazione della patata supera annualmente i 3 mila ettari e la produzione si aggira intorno a 120 mila tonnellate. Nel Fucino la coltivazione della patata costituisce un’attività economica di rilevante importanza sin dai tempi della riforma fondiaria operata negli anni ’50. La piana del Fucino possiede elevata capacità idrica e suoli freschi, grazie alla risalita capillare della sottostante falda freatica. L’agricoltura è di tipo intensivo e l’irrigazione dei campi è possibile grazie ai canali di bonifica. La patata è un prodotto presente in tutte le aziende agricole fucensi che hanno ormai una consolidata esperienza, e ha trovato negli altipiani interni d’Abruzzo, e in quello del Fucino in particolare, condizioni pedo-climatiche assai favorevoli, tanto che le produzioni medie a ettaro raggiungono e, talvolta, superano le 40 tonnellate. Il Fucino, sin dai tempi della riforma fondiaria (anni Cinquanta), rappresenta uno degli areali nazionali di maggiore produzione..

PATATA MEDIO SANGRO

Patana muntagnola La zona di produzione coincide con i territori della Comunità delMedio Sangro (che prende il nome dall’omonimo importante fiume che solca la valle) in provincia di Chieti, che circondano i comuni diMontenerodomo, Pizzoferrato, Gamberale e Civitaluparella, e con alcune aree facenti parte del Parco Nazionale della Majella. Il comprensorio è caratterizzato da un’identità storica e territoriale omogenea e da sempre dedita alla coltivazione della rinomata e genuina patata di montagna, affidata a piccole aziende familiari (per questo la continuità produttiva è a rischio) che lavorano la terra con metodi estensivi, tipici dell’agricoltura di montagna, a quote che vanno dagli 800 ai 1400 metri. s.l.m. L’area è recentemente interessata dallo sviluppo di un turismo di tipo naturalistico, attratto dal consumo di prodotti locali cosiddetti “di fattoria”. La polpa di questo tubero è stata per lungo tempo alla base dell’alimentazione dei contadini, infatti, era spesso aggiunta durante la preparazione del pane e della polenta ed ancora oggi è alla base di un tipico prodotto locale (i frascarielli ). Diversi autori (G. De Thomasis, B. Croce, Prosperi, G. Del Re, e altri) indicano che già all’inizio dell’Ottocento la coltivazione del tubero era conosciuta (molto probabilmente la sua coltivazione fu accelerata dopo la terribile carestia del 1817). Fino a qualche decennio fa, il prodotto veniva ancora scambiato con derrate prodotte a valle e, seppur a livelli molto ridotti, la coltivazione della patata è rimasta una caratteristica peculiare di questi territori..

PEPERONCINO SECCO PICCANTE, DIAVOLETTO, LAZZARETTO

La zona di produzione del peperoncino piccante comprende tutto il territorio regionale. È un ortaggio appartenente alla famiglia delle Solanacee, costituito dal frutto della pianta con la forma allungata, di dimensioni piccole o medio piccole, con coloritura variabile e con le qualità organolettiche ben definite dell’acre piccante. Il peperoncino piccante viene generalmente consumato fresco, nel periodo estivo, mentre, nel periodo invernale, si predilige il peperoncino tritato, ricavato dai frutti fatti essiccare al sole. In questo caso si può scegliere tra quello tritato con la presenza dei semi (molto piccante) e quello tritato senza semi (meno piccante). Altra forma di conservazione consiste nella preparazione di rondelle di peperoncini freschi sott’olio extravergine di oliva crudo e sale da cucina grosso, oppure, fritti in olio extravergine di oliva e in esso conservati. La predilezione per il peperoncino si riscontra anche dalla sua presenza tra gli ingredienti dei formaggi pecorini, caprini sia freschi che semifreschi e nei salumi come la Ventricina di Guilmi. Presumibilmente portato dalle americhe da Cristoforo Colombo nel suo secondo viaggio del 1514, nel giro di cinquant’anni invade il vecchio continente e segnatamente, per il nostro Paese, le aree centro-meridionali. È una pianta annuale che predilige un clima temperato. In Abruzzo è presente in ogni orto o in ogni vaso di balcone, ed è utilizzato per arricchire il sapore di numerose pietanze durante o alla fine della loro preparazione (in particolare la pasta, ma anche le verdure, le carni o il pesce come nel caso del brodetto). Dai profumi penetranti se fresco, acquista un sapore più deciso con l’essiccazione in ambienti non umidi o se conservato e servito sott’olio, sembra che l’intensità del suo gusto piccante, sia inversamente proporzionale alla quantità di acqua ricevuta dalla pianta durante la crescita..

PEPERONE ROSSO DI ALTINO

Il peperone rosso d’Altino o di Serranelle è caratteristico del territorio tra i fiumi Sangro e Aventino in particolare dei comuni di Altino, Roccascalegna, Bomba, Casoli, Archi ed Atessa in provincia di Chieti. Di colore rosso intenso quando ha raggiunto la maturazione, la sua caratteristica principale è quella di avere i frutti rivolti verso l’alto, da cui il nome dialettale ‘a cocce capammonte’. Viene solitamente utilizzato come aroma negli insaccati della zona (salsicce, ventricina, ecc.) o anche come ingrediente di varie ricette tradizionali come con la pasta con aglio, olio e peperoncino, con la pizza e ‘ffójje’, con le sardelle salate, con le uova (peparuole e ove) con i legumi e come condimento per la pasta in una preparazione a base di peperone, lardo fresco e aglio appena soffritti. In Origine e storia delle piante coltivate in Abruzzo a cura di Aurelio Manzi si trova la prima documentazione certa relativa alla coltivazione del peperone, datata 1752 e riferita a un atto notarile relativo al territorio di Roccascalegna, rogato da un notaio di Gessopalena, in cui la pianta viene citata con il nome di “peparoli”. Nello stesso testo si racconta che nella vallata del Sangro, in particolare nel territorio di Atessa e nei centri limitrofi, i peperoni dolci essiccati venivano polverizzati all’interno di grossi mortai di legno denominati “piloni”. La polvere di peperone così trovava largo consumo come condimento per la pasta oppure per la preparazione di insaccati, un utilizzo rimasto in gran parte immutato..

PEPERONE SECCO DOLCE, SARACONE, BASTARDONE, FARFULLONE

La zona di produzione del peperone dolce comprende la fascia costiera della regione Abruzzo, in particolare le province di Pescara e di Teramo. Il peperone è un ortaggio appartenente alla famiglia delle Solanacee ed è costituito dal frutto della pianta a forma generalmente conica o lobata, nel senso della lunghezza e a base quadrata, con qualità organolettiche molto variabili dall’acre piccante al dolce. Anche se si tratta di un ortaggio importato in passato dall’America, è diventato ormai un prodotto indispensabile per la cucina mediterranea e abruzzese. Il peperone secco dolce viene utilizzato tritato più o meno grossolanamente in alternativa, o in aggiunta, al peperoncino piccante in alcune preparazioni tradizionali a base di verdure o di pesce..

POMODORO A PERA

Questo pomodoro, coltivato principalmente nei comuni di Francavilla alMare,Miglianico e Ripa Teatina, in provincia di Chieti, e in quelli di Roseto e SilviMarina, in provincia di Teramo, prende il nome dalla caratteristica forma “a pera” o “cuor di bue”. Di colore rosso intenso e di consistenza media a piena maturazione, si presenta di forma globosa o lievemente allungata, con costole più o meno pronunciate e può raggiungere anche 600 g di peso. Tra le caratteristiche organolettiche, si evidenzia un giusto equilibrio fra zuccheri e acidità. Si pela facilmente quando è pienamente maturo. Il gusto dolce e la ricca carnosità del frutto, con scarsa presenza d’acqua e di semi nelle logge seminali, rendono il pomodoro a pera particolarmente adatto alla produzione di conserve e di salse in bottiglia. Il frutto non eccessivamente maturo, invece, si presta ottimamente a essere consumato fresco: eccellente per le insalate, si caratterizza per il colore verde del dosso (parte superiore). Il prodotto viene confezionato in campo durante la raccolta ed avviato subito al commercio..

SOLINA

Il territorio interessato alla coltivazione della Solina comprende tutta la provincia dell’Aquila e alcuni comuni montani delle province di Pescara e Chieti. La Solina è una varietà di frumento conservata in molte zone ad agricoltura marginale della regione Abruzzo, dove trova la sua collocazione ottimale. La sua frugalità la rende inoltre adatta alla coltivazione con i metodi dell’agricoltura biologica, in quanto non richiede elevati apporti di azoto e, grazie alla sua taglia ed alla sua capacità di accestimento, riesce a competere con le erbe infestanti, non rendendo così necessario il ricorso al diserbo chimico. In tutto l’Abruzzo interno quando si parla di grano (le rène, lo rano) s’intende la Solina. Diversi proverbi testimoniano la stretta connessione tra questa varietà e la vita del popolo abruzzese. In particolare la caratteristica più apprezzata è la sua costanza produttiva, che in passato, garantiva l’alimentazione e quindi la sopravvivenza delle famiglie. In alcuni detti popolari si esaltano le elevate caratteristiche organolettiche di questo frumento; infatti, si sostiene, a ragione, che “quella di Solina aggiusta tutte le farine”. Ancora oggi la bontà e la genuinità della Solina sono riconosciute da numerosi agricoltori che, a dispetto delle varietà moderne e delle loro caratteristiche produttive, ritengono di non potersi privare del sapore e del profumo del pane e della pasta ammassati con questo tipo di cereale. Persino quelli che invece ne conservano solo il ricordo d’infanzia, sono pronti a testimoniare questa unicità, e a evocare le sensazioni generate dal solo parlarne. La sua ancestralità è testimoniata oltre che dai detti popolari (“ogni grano torna a Solina” e “la Solina è la mamma di tutti i grani”), anche da documenti storici, quali alcuni atti di compravendita del 1500 stipulati presso la Fiera di Lanciano e in un testo di fine ‘700, il saggio di Michele Torcia Pel paese de’ Peligni che così recita “Non dimenticheremo il pane di Popoli che non la cede se non al solo di Teramo in tutta laMonarchia…Il pane a Popoli esce dal grano solino…”. Si tratta di un rarissimo e documentato esempio di legame tra una varietà di prodotto e il territorio. Per ulteriori informazioni sulla storia e le tradizioni legate alla Solina si può consultare la pubblicazione della ricerca di Porfiri O., Silveri D.D., Torricelli R., Veronesi F., Le risorse genetiche autoctone della regione Abruzzo: un patrimonio da valorizzare ARSSA, Avezzano (Aq) 2004; inoltre Origine e storia delle piante coltivate in Abruzzo di A. Manzi, Casa editrice Rocco Barabba, Lanciano (Ch) 2006, e infine il Saggio itinerario nazionale pel paese de’ Peligni fatto nel 1792 di M. Torcia (Napoli 1793) e ristampato nel 1986 a cura di Adelmo Polla Editore, Cerchio (Aq)..

TARTUFO D’ABRUZZO

La produzione del tartufo coltivato e, più in generale di quello spontaneo, si estende sull’intero territorio regionale con una concentrazione delle varie specie nei diversi ambienti, a seconda delle varietà arboree e delle caratteristiche pedoclimatiche del territorio. In Abruzzo se ne trovano diversi tipi: il TuberMelanosporum (Tartufo nero pregiato), TuberMagnatum (Tartufo bianco pregiato), Tuber Brumale (Tartufo nero invernale), Tuber Aestivum (Tartufo nero estivo o Scorzone). La conoscenza e l’apprezzamento del tartufo in Abruzzo affonda le sue radici all’inizio dell’800. Luigi Marra nel libro Del Tartufo riporta gli scritti di Ignazio Niccolò Vicentini il quale, nella Memoria sulla coltura de’ tartufi, recitata nell’adunanza della Società Economica de l’Aquila del dì 19 del mese di Aprile dell’anno 1828 (Tip. Grossi, Aquila 1833), così scrive riferendosi all’uso del tartufo: “L’aroma de’ Tartufi, e forse l’astringente sostanza che contengono, basta per conservare la carne; mentre si osserva che i polli ripieni di Tartufi non si guastano così prestamente. Il liquore coi Tartufi si fa, impregnando l’acqua dell’aroma, che dà medesimi esala, fatti in pezzi: ma conviene prepararla a freddo: perché il menomo calore ne deteriora la qualità e la delicatezza. I Tartufi freschi par che contengano un acido: pestati e messi nel latte bollente lo coagula, e ne viene un cacio chiamato Formaggio al Tartufo di un odore particolare e di un cibo

TONDINO DEL TAVO, FAGIOLO DI LORETO APRUTINO

Nella vallata del Tavo, da Farindola a Cappelle sul Tavo, si coltivano questi fagioli dalla colorazione che va dal bianco latte all’avorio e dalla forma tondeggiante, con tegumento esterno sottile e lucido, che tende però a imbrunire qualora si verifichino piogge eccessive durante la fase di maturazione. Il baccello ha forma allungata, dimensioni medio-piccole (8mm x 6mm in media) e consistenza dura. La pianta, per le sue caratteristiche di portamento, necessita di sostegno e di un terreno poco profondo e povero di sostanza organica: terreni d’elezione sono infatti quelli sabbiosi e/o ciottolosi, perché, se coltivato in terreni particolarmente ricchi di calcare, il Tondino del Tavo risulta di difficile cottura. Il fabbisogno idrico è elevato ed è necessaria la concimazione fosfatica. In passato si seminava, dopo la mietitura del cereale, direttamente sulle stoppie. La semina avviene dopo il 15 giugno e la fioritura mediamente intorno alla seconda decade di agosto. Il momento della semina è molto importante in quanto, come riportato da alcuni produttori, semine anticipate ad aprile portano ad avere piante rigogliose, ma non produttive. Il periodo di maturazione coincide con l’ultima decade di ottobre..

UVA DI TOLLO E ORTONA

La coltivazione di vitigni Regina bianca (più conosciuto come Pergolone) e Cardinal, dai quali si ottiene uva da mensa, è ancora piuttosto diffusa nella zona tra i fiumi Alento e Sangro, nella parte nord della provincia di Chieti. Si identifica, infatti, nei territori di Tollo, Ortona, Crecchio, Arielli, Canosa Sannita, Poggiofiorito, Giuliano Teatino, Miglianico, Francavilla, Ripa Teatina, Frisa (territorio a nord-ovest confinante con Ortona) e San Vito Chietino (territorio a nord-ovest confinante con Ortona). I massimi esperti in viticoltura sono in maggioranza d’accordo nel ritenere che la vite europea sia indigena e abbia preceduto la comparsa dell’uomo. In Abruzzo l’uso del vino e quindi delle tecniche vitivinicole si può far risalire all’età del Ferro. Pare che siano stati gli Etruschi a introdurre la tecnica di sorreggere la vite con alberi. La viticoltura delle terre abruzzesi

AGLIO ROSSO DI SULMONA

quantitativi di prodotto di qualità superiore o con particolare classificazione. Per evitare lesioni alle radici, che nelle fasi successive quali la conservazione o il confezionamento potrebbero evolversi in marciumi o muffe, compromettendo così la qualità del prodotto, particolare attenzione viene riservata alla cura e manutenzione delle attrezzature, nonché all’aggiornamento del parco macchine. Si eseguono tipologie diverse di confezionamento in riferimento alle norme citate nel Reg. CEE 730/99 (ed eventuali modifiche) e in conformità alle specifiche richieste del mercato. La conservazione del prodotto viene effettuata in magazzini frigorifero a temperatura e umidità controllate per garantire il mantenimento delle caratteristiche specifiche. Il prodotto raccolto, una volta giunto nei locali di lavorazione, viene depositato all’interno di apposite macchine che provvedono al lavaggio. L’acqua di lavorazione, classificata potabile, viene sistematicamente controllata mediante analisi chimica per garantire i requisiti essenziali di idoneità. Le carote lavate, passando attraverso un nastro trasportatore, vengono selezionate manualmente e, proseguendo nella linea di lavorazione, confezionate in appositi contenitori. La determinazione del peso è effettuata automaticamente. Le manipolazioni dovute al condizionamento sono ridotte al minimo per garantire l’integrità del prodotto. Fu il principe Alessandro Torlonia a concretizzare il proposito, già ventilato in epoche passate, di prosciugare il lago Fucino, intorno al 1862, agendo da promotore per la realizzazione dell’emissario. L’opera di bonifica si concluse solo nel 1876 lasciando la superficie disponibile alle future coltivazioni agricole. I terreni che ospitano queste coltivazioni, originati dalla sedimentazione secolare dei detriti di natura rocciosa erosi dalle montagne perimetrali, furono destinati dapprima al pascolo e successivamente a colture di cereali; e con il trascorrere degli anni, si arricchirono di quella microflora e fauna utili diventando sempre più fertili, tanto che oggi il Fucino è tra i suoli più ricchi d’Italia. Terra giovane, naturalmente fertile, considerata esente da forme di inquinamento. Le condizioni climatiche hanno, a loro volta, contribuito a completare il quadro di zona a piena vocazione per la caroticoltura. Gli agricoltori, infatti si resero conto delle potenzialità dell’area e dedicarono alla coltivazione ben 19 ettari di terreno nel 1958 (anno in cui risalgono i primi dati del censimento organico del Fucino); questi investimenti presto sono passati a mille ettari nel 1972, a 2500 nel 1994 e oggi si sono stabilizzati intorno ai 2200 ettari..

l’introduzione dello zucchero semolato in cucina il metodo di preparazione delle marmellate si è standardizzato. Per la preparazione della frutta si utilizzano dei normali arnesi da cucina, mentre per la cottura della marmellata sarebbe opportuno tornare all’utilizzo del caldaio di rame, che conferisce al prodotto caratteristiche organolettiche superiori. I metodi di produzione che seguono si riferiscono a una preparazione casalinga, ma in Abruzzo non mancano alcune realtà produttive interessanti. Per la preparazione della marmellata di  mele cotogne si sbucciano le mele e si tagliano in quarti eliminando il torsolo centrale e i semi. Dopo aver pesato la massa ottenuta si aggiunge lo zucchero in pari peso e il succo di 1 limone per ogni chilogrammo di prodotto. Si lascia riposare per qualche ora, in modo da far sciogliere lo zucchero, prima di procedere alla cottura fino a ottenere la consistenza desiderata. A metà cottura il tutto viene passato al setaccio per ottenere un prodotto più uniforme che viene sistemato in vasi a chiusura ermetica da conservare al buio. Per la preparazione della cotognata, invece, si tagliano le mele a spicchi con la buccia eliminando il torsolo e i semi. Si aggiunge pari peso di zucchero e pochissima acqua e si cuoce il tutto mescolando fino a che si stacca dalle pareti della pentola. Quindi, ancora calda, si passa al setaccio e si versa sopra una placca metallica da forno spolverizzata di zucchero per poi livellarla fino a un dito di spessore, lasciando asciugare all’aria per 4-5 giorni. Infine, si taglia a pezzi regolari che si passano velocemente nello zucchero semolato. I pezzi ottenuti si conservano avvolti in carta oleata in scatole di metallo.

gradevole. Si apparecchiano i Tartufi in diversa maniera, sia cotti nell’acqua o sotto le ceneri, sia crudi in insalata fettati, e conditi coll’olio, aglio ed acciughe o alici. Finalmente si usano secchi, dopo conservati nel modo che si andrà a dire”. Paolo Urbani, Amministratore Delegato della ditta Urbani s.n.c., un importante gruppo agroindustriale nel mondo per la coltivazione, ricerca, raccolta, lavorazione, e commercializzazione di tartufi e prodotti con aroma di tartufo, nell’ambito del Convegno Internazionale sul Tartufo (L’Aquila, 5-8-marzo 1992) sosteneva: “Egli (Carlo Urbani) fu presente in Abruzzo ed in particolare nella provincia di L’Aquila sin dagli anni Trenta, venendo a contatto con molte centinaia di cavatori, presso i quali la stima, la fiducia, la riconoscenza di cui godeva, andavano ben al di là del semplice rapporto di scambio”. Gli esempi citati dimostrano la conoscenza del tubero sin da tempi remoti e, con essa, forme diverse di utilizzazione e trasformazione. In anni più recenti gran parte della produzione abruzzese è stata acquisita da industrie di trasformazione extraregionali e commercializzata in tutto il mondo con marchi diversi. La raccolta del tartufo è effettuata con l’aiuto di cani idoneamente addestrati per la ricerca, ma in passato veniva utilizzata anche la femmina del suino, più resistente e meno distratto da altri odori lasciati dalla selvaggina rispetto al cane. Tuttavia la difficoltà di controllare l’animale e il conseguente rischio di danni per la tartufaia hanno consigliato in più regioni, e fra queste l’Abruzzo, di vietare per legge l’uso del suino nella raccolta del tartufo. Nel corso degli anni è stata così selezionata una razza di cani da riporto, “il Lagotto”, che è diventato il cane da tartufo per eccellenza essendo docile, resistente alla fatica e non distratto dalla selvaggina. Negli ultimi anni, il crescente interesse per il tartufo a livello regionale, testimoniato anche dal notevole aumento dei cercatori, ha favorito la realizzazione di campi con specie tartufigene realizzate dall’Agenzia Regionale per i Servizi di Sviluppo Agricolo allo scopo di fornire cognizioni relative alla coltivazione di questo prezioso fungo.

interessò anche celebri poeti dell’antichità che, nelle loro opere, non mancarono di accennare alla vite e al vino. Ovidio celebrò la sua Sulmona, culla della viticoltura abruzzese, scrivendo: “Terra del dono di Cerere ricca ed ancor più feconda di uve ...” (Amores, 11, 16, 1-2). Notizie sulla coltivazione della vite nella provincia di Chieti le ritroviamo già da alcuni scritti della fine del XIII secolo e, nei secoli successivi, si evince l’esistenza di un fervido commercio di vino che interessa soprattutto l’area costiera. Dai porti di Ortona e di Vasto, infatti, partivano ogni anno navi numerose che portavano vino in grande quantità verso i mercati del nord e quelli della vicina costa balcanica. In un verbale del Consiglio dei Decurioni che a quel tempo (1566) governava la città di Ortona, si legge che il Consiglio si rivolse a Carlo di Lannoy, a cui era stata donata la città da Carlo V, dicendo che la città viveva “d’olivi, vigne et altri frutti che da la vigne” (A. Falcone, Ortona nel Settecento, pag. 27). Nel periodico “L’agricoltura abruzzese” - luglio, agosto, settembre - n. 7- 8-9 - del 1916 Nicola Berardi, referente del comune di Ortona a Mare, scrive “Tra tanti insuccessi ottima si annunzia la vendemmia. È terminata la raccolta del pergolone. Di questa ottima uva da tavola che si esporta normalmente per la Svizzera, si sono spediti circa 3000 quintali a prezzi che hanno oscillato dalle L. 33 alle L. 37 al quintale”. Nel numero 3 del marzo 1926 dello stesso periodico l’Enot. Renato Toni, nella sua relazione La coltivazione dell’uva da tavola, scrive: “La nostra maestranza viticola si va sempre più raffinando e perfezionando, permettendo così di tentare forme più accurate di coltivazione senza ricorrere a specialisti. Molte giovani energie intelligenti si dedicano con amore ai campi allo scopo di intensificare le colture e di aumentare i redditi. La loro funzione direttiva potrà ampiamente applicarsi a questa importante industria delle uve da tavola”. Le schede catastali riferite ai territori comunali di Ortona e Tollo riportano le produzioni medie di uva verificatesi nel sessennio 1923-1928. Il quantitativo di uva da tavola era pari a 21.547 q.li (Istituto Centrale di Statistica del Regno d’Italia, Catasto Agrario VIII Compartimento degli Abruzzi e Molise - Provincia di Chieti, 1929). Alcuni reperti fotografici, riferibili all’epoca fascista, mostrano le immagini della XI Festa dell’uva, svoltasi a Ortona tra gli anni 30-40. All’epoca veniva effettuata una sfilata di carri allegorici aventi per tema la raccolta dell’uva, con la partecipazione del popolo e delle Autorità (Archivio di Stato di Chieti, Documenti fotografici dei paesi della provincia di Chieti, negli anni 30, Casa Editrice Tinari, Villamagna). La coltura dell’uva da tavola si è andata estendendo gradualmente e, con una certa costanza fino agli anni immediatamente successivi al secondo dopoguerra, accelerò successivamente il ritmo tanto che da 1355 ettari nel 1941 passò a 1425 ettari nel ’47, a 8025 ettari nel ’60, fino ai 13.605 ettari nel 1974. In questa rapida crescita la coltura, all’incirca verso gli anni 50, cominciò a espandersi anche nella zona di Tollo ove furono effettuati numerosi impianti. Qui sia la coltura dell’uva da tavola che la commercializzazione si sono talmente sviluppate che attualmente vi sono presenti le più grosse cooperative cui conferiscono anche i produttori di Ortona. La coltivazione della varietà Cardinal, rispetto al Pergolone, è di più recente introduzione. La varietà di origine americana fu introdotta, per la prima volta in Italia, nella zona di Latina, da qui arrivò in Puglia e successivamente a Ortona. Nel 1953 Tommaso Di Bartolomeo di Ortona riportò, da una visita all’azienda Formentini di San Ferdinando di Puglia, alcune gemme della varietà Cardinal. Nel 1954 egli impiantò il primo ettaro di uva Cardinal in contrada Cocciadomo di Ortona. Nel 1955 la coltivazione della Cardinal avveniva anche a Tollo ad opera di Vincenzo Cavuto. Nel 1965, per puro caso, si scoprì che la varietà poteva anticipare notevolmente la data di maturazione dei grappoli se tenuta sotto serra. Nella zona del Foro di Ortona alcune viti di Cardinal si trovavano coltivate in consociazione con il pomodoro, che veniva coperto per l’anticipo della maturazione dei frutti..

raccontata da Publio Ovidio Nasone, poeta sulmonese dell’era augustea (Amores, lib. II, 15. vv. 8-10). Una delle prime testimonianze letterarie sulla coltivazione dell’aglio in Valle Peligna risale alla prima metà dell’800 con Panfilo Serafini che in Scritti vari di storia, letteratura e politica descrive quanto fossero diversificate le colture in questi territori e documenta, tra l’altro, il commercio di aglio. Anche Teodoro  Bonanni, a fine ‘800, parla di questa coltivazione nel libro Le antiche industrie della provincia dell’Aquila (1888). Documenti d’archivio risalenti al 28 luglio 1917 (Archivio di Stato di Sulmona – Cat. XI. AGR. IND., Ente autonomo Consumo, anni 1916- 1919, Fasc.11), in piena guerra mondiale, attestano quanto fosse già avanzato il commercio e l’esportazione dell’aglio tanto da costringere il comune a emettere un’ordinanza (n. 5694) per disciplinarlo. Nel 1929 il Catasto riporta che nel sessennio 1923-1928 nel comune di Sulmona furono coltivati mediamente 15 ettari ad agIio. Nello stesso anno Viani pubblica il suo Trattato di Orticoltura nel quale parla di aglio rosso, definendolo “varietà pregiata, sia per la precocità sia per la larghezza della sua testa di colore rosso vinoso”, e sul manuale del Gorini del 1977 La coltivazione dell’aglio, si legge ciò che è valido ancora oggi: “il Rosso di Sulmona è molto richiesto all’estero data la sua precocità e le dimensioni notevoli della testa”. Infine sul Manuale dell’Agronomo (Reda, 1980) si legge che il gruppo varietale dell’aglio a bulbo rosa comprende il pregiato Rosso della provincia dell’Aquila..

rifugiatisi nel Regno di Napoli: essi, infatti, colonizzarono questi luoghi, rimasti semi abbandonati a seguito del terribile terremoto con conseguente maremoto che li aveva colpiti nel 1627. Lo storico del paesaggio agrario Aurelio Manzi attesta inoltre che queste arance sono probabilmente discendenti da quelle cinesi, importate in Europa dai portoghesi nel XVIII secolo; e in effetti nel dialetto della zona sono chiamate ancora ‘portuhalle’. La presenza del mandarino e del limone, invece, viene fatta risalire all’inizio del  secolo scorso. Tra l’800 e il 900, il commercio degli agrumi era fiorente e fondamentale per l’economia locale, la frutta partiva dalla stazione ferroviaria di San Vito per il Nord Europa e il Nord America, ed enormi quantitativi venivano commercializzati anche sui frequentatissimi mercati di Lanciano. Le superfici a coltura erano consistenti e per questo i proprietari dei giardini venivano considerati benestanti. Oggi, invece, si stima una superficie residua di poche decine di ettari, che comunque consente il sussistere di un piccolo commercio locale effettuato in varie forme: mercatini di prossimità o vendita diretta presso le stesse aziende di produzione. Attualmente la massima valorizzazione delle arance si ottiene con la loro trasformazione in ottime confetture.

nell’immediato dopoguerra, verso la fine degli anni cinquanta-inizio sessanta, iniziò la razionale coltivazione del carciofo ad opera di agricoltori di Cupello, che così avviarono la produzione intensiva. La coltura si diffuse al punto tale da indurre gli agricoltori a riunirsi in cooperativa per commercializzare il prodotto. Nel 1961, a Cupello, sorse la prima cooperativa di commercializzazione del carciofo locale, la Cooperativa San Rocco, alla quale si aggiunsero, negli anni successivi, altre cooperative nei paesi limitrofi. Nel 1965, a Cupello, fu organizzata la prima sagra del carciofo. Oggi, grazie al lavoro congiunto della Camera di Commercio di Chieti e delle organizzazioni di produttori, è stato registrato un marchio collettivo comunitario “Carciofo di Cupello”, ed è stato adottato un disciplinare di produzione che prevede, oltre alla varietà e alla zona di produzione sopra indicata, una produzione media di circa 9-12 capolini per piante destinate al consumo fresco e di 6-8 capolini per l’utilizzazione conserviera. Il ciclo di produzione è tardivo ed ha inizio nei mesi di marzo-aprile. Secondo il disciplinare il carciofo deve essere coltivato in terreni profondi freschi, di medio impasto, di buona struttura, ben drenati, a reazione neutra leggermente alcalina, previa preparazione del terreno, seguendo le norme per l’esecuzione, per l’epoca dell’impianto (ottobre-dicembre) e per le operazioni colturali (scardacciatura tra settembre e ottobre e tra gennaio e febbraio, dicioccatura tra luglio e agosto) compresa la difesa integrata con sistemi naturali. Sono previste anche le quantità di resa produttiva, le modalità e tempi di raccolta. Questa deve essere manuale e si effettua nel periodo che va dall’ultima decade di marzo alla fine di maggio per le mammole e i secondi, mentre per la raccolta dei carciofini si arriva fino alla prima decade di giugno. Nel regolamento sono indicate anche le caratteristiche che il Carciofo di Cupello deve possedere all’atto dell’immissione al consumo fresco: diametro dei cimaroli non inferiore a 8 centimetri; diametro dei capolini di primo e secondo ordine non inferiore a 6,5 cm; colore verde, di fondo, con sfumature, più o meno intense, di violetto; forma tondeggiante con caratteristico foro all’apice..

TEMATICHEtemiabruzzoemozione.html
HOMEPAGEhomepageabruzzoemozione.html

Tra le spezie lo zafferano (Crocus Sativus) è sicuramente una delle più preziose e quello coltivato nella piana di Navelli è ritenuto il migliore al mondo per le sue qualità. Molto apprezzato dai gastronomi di tutto il mondo per il sapore e l’aroma ha anche importanti virtù medicinali.

Pianta originaria del Medio Oriente, introdotta in Italia da un frate Domenicano intorno al 1300, la sua coltura si diffuse con rapidità in Abruzzo ed in molte altre zone della penisola; ma per varie cause nei secoli successivi la coltivazione decadde gradatamente e si restrinse nel solo Abruzzo Aquilano, in particolare nella Piana di Navelli, unica zona italiana dove cresce in perfetta salute ancora oggi.

La fioritura dello zafferano dura pochi giorni (tra ottobre e novembre) e la raccolta dei fiori che sono di colore viola viene fatta a mano, prima che i raggi del sole aprano le corolle. All’interno di queste si trovano 3 fili (stimmi) di color arancio scuro (usati in cucina) e 3 di color giallo (usati i medicina) ; per un chilo di zafferano in stimmi occorrono circa duecentomila fiori.

Generalmente lo si trova in commercio in polvere, tuttavia nei negozi specializzati sono disponibili anche vasetti di stimmi ancora interi.

ZAFFERANO DI NAVELLI

Sono quattro le sostanze principali contenute nello zafferano: la crocetina, che dà il potere colorante alle stoffe ed agli alimenti; la picrocrocina, che dà il gusto pungente ed infine il safranale, che dà l’inconfondibile aroma.

Lo zafferano nell’antichità era conosciuta non tanto per la culinaria quanto per le sue eccellenti proprietà medicinali, difatti era considerata antispasmodico, emmenagogo e nel Rinascimento era ritenuto quasi una panacea.

Durante il medioevo il Crocus Sativus veniva usato in tutte le cucine dei nobili perché era considerato uno Status Symbol: il costo di cinquecento grammi della preziosa polvere gialla equivaleva più o meno a quello di un cavallo.

Lo zafferano ha proprietà delle più varie, scoperte già dai guaritori egizi che lo usavano per pomate antinfiammatorie. Ippocrate lo prescriveva contro i reumatismi e la gotta e sembra che i cuscini degli antichi romani venissero riempiti di zafferano per conciliare il sonno.

Le sue virtù afrodisiache, infine, sono state dimostrate anche da studi recenti. Lo zafferano infatti, avrebbe un’attività ormonosimile che si riflette utilmente sulla sfera sessuale, tanto che la medicina alternativa ne suggerisce l’impiego in caso di insufficienza ovarica, di frigidità e impotenza.

Secondo la mitologia greca, la pianta dello zafferano è nata dall’ardente passione di Croco per la ninfa Smilace quando gli dei, contrari al loro amore, trasformarono lui nella pianta di zafferano e lei in quella sempreverde del tasso.

anche essere abbrustolite (cosiddette “infornatelle”) e conservate per tutto l’inverno. I castagneti che, insieme alle numerose sorgenti di acqua caratterizzano il suggestivo paesaggio naturale dell’alta Valle Roveto, hanno un’età variabile, ma ci sono numerosi esemplari con diametro superiore ai due metri e altezze rilevanti (30/35 metri) che sicuramente superano i 200 anni. È difficile stabilire quando sia iniziata la coltivazione del castagno in questa zona. Esistono documenti che attestano la presenza del castagno nella valle già dalla metà del ’600 come il saggio in cui il Febonio indica le castagne tra i prodotti che le donne rovetane portavano ai mercati romani dentro i famosi “canistri” (cesti realizzati con giunchi di vimini che costituivano la principale attività degli abitanti di Canistro). L’esistenza lungo l’alta e la media valle del Liri di folte selve, popolate anche da castagni, è testimoniata da alcune iscrizioni rinvenute nel territorio di Antinum (oggi Civita d’Antino), comune della Valle Roveto, antico municipio romano da cui dipendevano tutti i comuni dell’alta Valle Roveto. Inoltre, sulla base delle statistiche murattiane, pubblicate nel 1811 nel capitolo “sussistenza della popolazione”, nell’alta Valle Roveto si rileva che erano abbondanti i raccolti di castagne, che costituivano spesso l’unico cibo della popolazione, accanto alle ghiandaie e ai semi di faggio. La storia, la cultura, l’economia, il paesaggio della valle sono strettamente legati al castagno. L’importanza nel passato dei castagneti è dimostrata anche dall’ampia legislazione comunale ad essi dedicata..

con una produzione di 395 quintali. La resa per ettaro era di 12-13 quintali, e da allora è rimasta praticamente invariata. Le recenti ricerche effettuate dall’ARSSA, nell’ambito del “Programma regionale di recupero del germoplasma di specie di interesse agrario” (POM 3.2), dimostrano l’antica radicazione dalla coltura sul territorio, e hanno fatto rinvenire diverse accessioni di cece autoctono oltre che a Navelli, a Collepietro, Castelvecchio Subequo e Pacentro (dove era pervenuto da Castel di Ieri). Si hanno notizie di coltivazioni rimarchevoli, in passato, nella Marsica, sui terreni asciutti che costeggiavano il lago Fucino..

Sono comunque informazioni puntiformi e disorganiche. L’importanza economica della ciliegia, come del resto della frutta in genere, è comunque assai modesta fino alla fine dell’Ottocento e il consumo è riservato alle classi particolarmente abbienti o alla gente di campagna. Le colture portanti dell’economia agricola della zona erano i cereali e gli allevamenti zootecnici; ad esse si affiancavano, tra le colture arboree, la vite e il gelso. Il gelso fungeva spesso da tutore della vite e allo stesso tempo le sue foglie servivano come nutrimento per i bachi da seta, allevamento, come molti riportano, assai redditizio. Nei primi anni del Novecento la situazione mutò: la bachicoltura andò in crisi per il crollo dei prezzi della seta, il gelso, non più utile come tutore vivo della pianta, venne rapidamente sostituito da specie frutticole, per le quali si cominciava a manifestare una discreta richiesta. Un ruolo da protagonista, in questo rinnovamento, ebbero le cattedre ambulanti per l’agricoltura che, tra le colture arboree, promossero anche la coltura del ciliegio. L’Annuario Statistico dell’Agricoltura Italiana del 1952 riporta la produzione di ciliege in Abruzzo, e con una cartina geografica ne evidenzia le zone di coltivazione che corrispondono a quelle attuali. Nella zona di Giuliano Teatino le ciliegie venivano coltivate, fino alla fine degli anni ‘60, e destinate soprattutto all’industria dolciaria, come dimostra tuttora la presenza nella zona di alcune strutture per la trasformazione. In seguito la coltura è stata riconvertita con varietà da destinare al consumo fresco. Nella zona di Raiano, invece, la coltura è stata destinata al consumo del fresco fin dal primo periodo pre-bellico. Le sagre paesane che si svolgono nei comuni di Raiano e Giuliano Teatino, confermano l’esistenza di una tradizione della coltura del ciliegio..

FAGIOLI A PANE

caratteristiche nutrizionali, fondamentali per l’alimentazione, con una conseguente rivalutazione dei piatti popolari della tradizione regionale. Allo scopo di mantenere viva la memoria storica di quest’antica coltivazione e di far conoscere il prodotto tipico, da circa trenta anni a Santo Stefano di Sessanio, la prima domenica di settembre viene organizzata la sagra delle lenticchie. Alcuni documenti storici (Chronicon Vulturnense) risalenti all’epoca medievale e aventi per riferimento il monastero di San Vincenzo al Volturno, che a quei tempi possedeva ampi territori nella zona aquilana, attestano che in quell’area venivano coltivati i legumi. Nell’ampio contratto di livello del 998 d.C. relativo alle proprietà di Tussio, Carapelle e Trita (Valle del Tirino) si fa esplicito riferimento ai legumi locali. Ciò fa desumere che a quel tempo i legumi rivestissero già il ruolo di colture di pieno campo, e quindi economicamente importanti tanto da essere sottoposti al canone livellario. Notizie più recenti delle coltivazioni nella zona aquilana di ceci, lenticchie, fagioli e altre “civaie” (legumi in genere) si hanno con R. Quaranta (1885) e T. Bonanni (1888)..

© alessandro lanci

© alessandro lanci

LE VIE DELL’OLIOleviedelloliodabruzzoemozione.html
LE VIE DEL VINOleviedelvinodabruzzoemozione.html
BEVANDE E DISTILLATIbevandedabruzzoemozione.html
CARNI D’ABRUZZOcarnedabruzzoemozione.html
I CONDIMENTIcondimentidabruzzoemozione.html
I FORMAGGIformaggidabruzzoemozione.html
I DOLCIidolcidabruzzoemozione.html
PESCATOpescimolluschiecrostaceidabruzzoemozione.html
GASTRONOMIAgastronomiadabruzzoemozione.html
MIELEmieledabruzzoemozione.html
VEGETALI
IL PANEilpanediabruzzoemozione.html
LA PASTAlapastadiabruzzoemozione.html
i Comuni
D’ABRUZZOcomuniabruzzesidabruzzoemozione.html

a giorni attivi  i BLOG

Perchè

abruzzoemozione

SERVIZIservizidabruzzoemozione.html
percheabruzzoemozione.html
LAVORA CON NOIcontattiabruzzoemozione.html
ABRUZZESI nel MONDOabruzzesinelmondodabruzzoemozione.html
TURISMOturismodabruzzoemozione.html
GASTRONOMIAsaporiabruzzoemozione.html
ARTIGIANATOoridabruzzoemozione.html
NATURA e STORIAsentieridabruzzoemozione.html
EVENTIeventidabruzzoemozione.html

TURISMO D’ABRUZZO

GASTRONOMIA D’ABRUZZO

ARTIGIANATO D’ABRUZZO

ABRUZZESI nel MONDO

NATURA e STORIA D’ABRUZZO

EVENTI D’ABRUZZOhttp://www.abruzzoemozione.it/eventiabruzzoemozione/