BOCCONOTTO DI CASTEL FRENTANO

Il bocconotto di Castel Frentano, detto anche “castellino”, è un dolce di produzione tipica dell’omonimo comune e più in generale dell’area frentana con numerose varianti, spesso legate alle ricette gelosamente conservate e tramandate in ogni famiglia. Si tratta di una tartelletta di pasta frolla di forma troncoconica rovesciata preparata con olio extravergine d’oliva, farcita con una crema compatta a base di cioccolato fondente, mandorle e cannella. Al taglio si evidenzia la farcitura interna di colore scuro, di consistenza compatta e dal profumo fragrante di cioccolato, cannella e mandorle tostate. Il connubio tra la delicatezza dell’involucro di pasta frolla e il sapore più deciso della farcitura interna conferiscono al bocconotto castellino caratteristiche uniche, e fanno di questo dolce abruzzese una specialità molto apprezzata che negli ultimi anni vanta validi estimatori anche fuori dall’Abruzzo La parola “bocconotto” viene menzionata per la prima volta nel Dizionario abruzzese del 1930 di Domenico Bielli, con la seguente didascalia: “BUCCUNOTTE: pasticcino di forma rotonda con ripieno di miele, crema, cioccolata, panna montata o altro”. Le pochissime notizie storiche che ci sono pervenute collocano l’origine di questo dolce intorno ai primi anni del Novecento. La tradizione popolare invece, come riporta Enzo Giordano su “Il Segno” (n.1 a. 1997), ne assegna la diffusione tra la fine del 1700 e l’inizio del 1800, quando in Europa si diffuse il cacao. Molto apprezzato anche fuori regione, costituisce uno dei dolci tipici più diffusi nelle tradizionali preparazioni casalinghe della zona.

CAGIONETTI

I cagionetti o calgionetti, in dialetto locale anche “caggiunitt’”, sono tra i più diffusi e noti dolci tipici abruzzesi originari della zona del teramano. Si presentano con una forma simile ai ravioli, dorati in superficie, con una massa un po’ friabile e un ripieno che può variare da zona a zona. Preparati in inverno e particolarmente nel periodo natalizio, prevedono un ripieno composto da un impasto di castagne, miele, zucchero, cedro candito, cioccolato fondente grattugiato, mandorle tostate e macinate, rum, bucce di limone grattato e cannella. Molto diffuse anche altre due varianti di ripieno, che utilizzano i ceci o la classica marmellata di uva, anche detta “scrucchiata”. Nella ricetta tradizionale, si sgusciano le castagne, che vengono lessate e passate, quindi si aggiungono il miele bollente, lo zucchero, il cedro, il cioccolato, le mandorle, il rum, la buccia di limone grattugiata, la cannella e si fa amalgamare il tutto. Si lascia riposare l’impasto per una giornata. Il giorno dopo si prepara la massa con un bicchiere di vino bianco, uno d’acqua e uno di olio extravergine di oliva. A massa ottenuta, se ne ricava una sfoglia molto sottile subito ritagliata in piccoli fazzoletti che, farciti col ripieno, vengono chiusi in forma di ravioli e fritti in abbondante olio extravergine di oliva. In alternativa, la cottura può avvenire anche al forno. La metodica di lavorazione avviene in maniera omogenea e rispetta le regole tradizionali da un periodo non inferiore ai 25 anni, come attesta Rino Faranda in Gastronomia Teramana (Ed. Tercas, Teramo 1978 ).

CICERCHIATA

La cicerchiata è un dolce tipico legato alla ricorrenza del Carnevale, la cui ricetta può presentare alcune varianti, non solo per gli ingredienti utilizzati, ma anche per il procedimento di realizzazione e per la forma. Si è affermata nella cultura alimentare abruzzese soprattutto nell’area del Sangro, dove il settore dell’apicoltura è estremamente affermato, con produzione di miele di alta qualità. La cicerchiata si presenta composta da palline dorate di pasta fritta (dette “cicerchie” perché ricordano nella forma questa varietà di legume) legate insieme dal miele. Prevalentemente si usa dare a questo dolce la forma di una ciambella, ma si può trovare anche la porzione singola a forma di piccolo cumulo. Spesso la superficie superiore viene decorata con mandorle tostate e tritate, o confettini colorati che ricordano la festa e l’allegria carnascialesca. Al taglio si evidenzia la friabilità e la delicatezza delle cicerchie di colore giallo, e il profumo dolce del miele. Negli anni, la sua ricetta è stata in parte modificata in alcuni ingredienti, ad esempio con l’aggiunta di frutta candita e mandorle.

CROCCANTE DI MANDORLE

Il croccante di mandorle, o croccante di Natale, si fa in tutta la regione. Si presenta come una tavoletta sottile, dura e croccante di colore bruno ambrato, realizzata con mandorle amalgamate con lo zucchero fuso e rappreso. Si inizia col tostare le mandorle, sino a che diventino di color dorato. In un tegame (non stagnato) si mettono poi sul fuoco moderato zucchero e mandorle, rimestando sino a che lo zucchero non si caramelli. Al momento di togliere dal fuoco, si versa nel tegame la buccia di limone, badando che il composto non si scurisca passando di cottura. Si versa poi il tutto su una lastra di marmo appena unta e si schiaccia tradizionalmente con un limone intero. Infine, con un coltello robusto, si taglia a rombi il croccante ancora caldo. È un dolce di lunga tradizione come attesta la pubblicazione di Rino Faranda Gastronomia Teramana (Ed. Tercas, Teramo 1978).

LATTACCIOLO

Il lattacciolo (anche detto latteruolo o latteruola) è un dolce al cucchiaio tipico abruzzese. Si presenta come un budino a base di latte, uova e zucchero. Si fa bollire il latte con una buccia di limone (o di arancia) e, in attesa che arrivi a ebollizione, in una terrina si battono le uova con 4 cucchiai di zucchero. Quindi, il latte bollente viene versato amalgamato con le uova e lo zucchero già sbattuti. Preso uno stampo da budino, vuoto al centro, vi si versano 2-3 cucchiai di zucchero facendolo caramellare sul fuoco, si aggiunge l’impasto e si lascia cuocere a bagnomaria per circa un’ora e un quarto. In alternativa, trascorsi 15-20 minuti di cottura si può passare il tutto, sempre a bagnomaria, nel forno, e far cuocere per altri 35-45 minuti. Va servito e consumato freddo. È un dolce di lunga tradizione nelle famiglie abruzzesi, il cui metodo di lavorazione segue le regole tradizionali sicuramente da più di 25 anni ed è attestato da Rino Faranda in Gastronomia Teramana (Ed. Tercas, Teramo 1978)

LIBRETTO DI FICHI SECCHI

Il libretto di fichi secchi è un dolce a strati preparato in tutto il territorio regionale. Si presenta come un pacchetto rettangolare avvolto con carta argentata ed è composto da ingredienti quali fichi secchi, cioccolato fondente, mandorle, zucchero, cedro candito, cacao, cannella, vaniglia, zucchero a velo, buccia di limone grattugiata e noci. Si prepara tritando grossolanamente le mandorle, il cedro e il cioccolato che vengono mescolati con gli altri ingredienti. Si vanno a formare cinque strati: tre con i soli fichi secchi, due con gli altri ingredienti, alternando gli uni agli altri. Il tutto verrà disposto in apposite formelle, e poi pressato con un “torchietto”, spesso di antica fattura, e spolverato con lo zucchero a velo. Dopo qualche ora ogni libretto viene avvolto con carta argentata, affinché non si secchi. I “libretti” possono conservarsi a lungo. Parecchi anni fa, quando il “torchietto” non era utilizzato e diffuso, i cinque strati venivano compressi con le mani e la forma che assumevano era affusolata; per avvolgerli si usavano, allora, foglie di fico. La metodica che segue ancora oggi le regole della tradizione è attestata da Rino Faranda nel suo Gastronomia Teramana (Ed. Tercas, Teramo 1978).

LINGUA DI SUOCERA

Si tratta di piccoli dolci la cui diffusione prevalente è nella provincia di Chieti. Gli ingredienti per dieci persone sono: 250 g di mandorle, 600 g di farina tipo ‘00’ o farina di farro biologico, 450 g di zucchero, 150 g di cioccolato fondente, 250 g di burro o margarina, 30 g di anice, un bicchierino di punch, mezzo bicchierino di grappa, una bustina di vanillina. La preparazione consiste nel battere le uova con lo zucchero, con l’aggiunta di mandorle abbrustolite intere, cioccolato tritato grossolanamente, quindi si amalgamano tutti gli altri ingredienti. Dopo aver mescolato il tutto, la pasta formata non deve risultare troppo molle, ma ben compatta. Vanno formate delle strisce di 10-12 cm di larghezza e circa 30-40 di lunghezza, disposte in una teglia, unta con burro e spolverata con abbondante farina, e infornate per circa 20 minuti. Al termine prima che si raffreddino completamente, vengono tagliate a strisce sottili. Vanno servite di solito a fine pasto, ma sono anche adatte ad accompagnare un distillato o liquore tradizionale.

FIADONE DOLCE

Diffuso maggiormente nelle aree interne della regione Abruzzo, il fiatone dolce mostra delle differenze peculiari da zona a zona. Per esempio a Gessopalena, in provincia di Chieti, ne esiste una particolare quanto squisita versione, ideale da servire a fine pasto. Si tratta di una particolare lavorazione in cui si usa un formaggio fresco canestrato appena scolato e amalgamato con un impasto granuloso di uova e aromi. Il connubio tra la delicatezza della pasta che costituisce l’involucro esterno del dolce, e il sapore più deciso della farcitura interna fanno del fiadone una delle specialità molto apprezzate anche fuori regione per il suo sapore delicato. Il nome fiadone deriverebbe, secondo la versione più accreditata (Panzini), da “flan” e proviene dal basso latino “flado” derivato dal germanico “fladen” che significa cosa gonfia. Le sue origini risalgono ai tempi diMessisburgo, contemporaneo dell’Ariosto, e lo troviamo nello “scalco rinascimentale” della corte di Ferrara. Arrivò in Abruzzo perché nell’antica ricetta indicata nello scalco è previsto lo zafferano, una pianta officinale già da allora affermata nell’aquilano.

FIADONE SALATO

Ampiamente diffuso nelle aree litoranee. La ricetta presenta delle varianti sia rispetto agli ingredienti utilizzati, sia per la procedura di realizzazione e sia per la forma stessa del dolce. Il tipo salato è tipico del periodo pasquale ed è una sorta di torta rustica ripiena di formaggi e/o ricotta e uova. Esistono anche versioni mignon o monoporzione, dalla forma simile a quella di un raviolo o di un piccolo panzerotto facilmente reperibile nei forni e nelle gastronomie di ogni città. Dopo la cottura assume un bel colore dorato tenue e traslucido; di solito viene guarnito sulla parte superiore con strisce di pasta disposte in modo da formare dei rombi o delle croci che conferiscono al prodotto una singolare tipicità. Al taglio si evidenzia la farcitura interna di colore giallo, una consistenza semicompatta e/o spugnosa e un profumo fragrante di formaggio. Il fiadone ha assunto un valore gastronomico importante nella storia; negli anni, infatti, la ricetta del fiadone si è modificata negli ingredienti fino ad assumere un ruolo di tipicità e di collegamento alla festività religiosa della Santa Pasqua. Le strisce di pasta disposte a croce sul dolce nel periodo pasquale simboleggiano la croce di Gesù Cristo e vengono decorate anche con foglie di olivo benedetto, quasi a simboleggiare un momento di pace.

PARROZZO

Il Parrozzo (o parrozzino, a seconda del formato) è il tipico dolce pescarese, formato da una pasta battuta (detta anche pasta montata) con aggiunta determinante della farina di mandorla e armelline grezze, cotto al forno e infine ricoperto da cioccolato fondente (37-39%burro di cacao). Questo dolce tradizionale, scuro in superficie e giallo rossiccio all’interno, caratterizzato dal sapore deciso di mandorle e cioccolato, ma con un leggero retrogusto di arancio, si accompagna bene con vini e spumanti dolci e con liquori all’arancio. Per la preparazione del Parrozzo occorre montare uova, zucchero, farina tipo ‘00’, farina di mandorle, con l’aggiunta di grassi vegetali anidri. Si cola l’impasto crudo negli stampi e si procede alla cottura in forno; una volta cotto e tolto dagli stampi, lo si lascia raffreddare e lo si ricopre di cioccolato fondente. Una volta raffreddato il dolce è pronto per essere confezionato. In tempi lontanissimi, i contadini abruzzesi per autoconsumo preparavano con la farina di granturco, un pane di forma semisferica cotto nel forno a legna, che chiamavano “pane rozzo”, in contrapposizione a quello fatto con la farina di grano, e quindi bianca, da vendersi ai signori. Agli inizi del secolo scorso il pasticcere Luigi D’Amico ebbe l’idea di farne una trasposizione dolciaria, riproducendo il giallo del granturco con quello delle uova, mantenendo inalterata la forma semisferica e adoperando una copertura di finissimo cioccolato fondente per riprodurre le scure bruciature superficiali caratteristiche della cottura nel forno a legna, e su precisa indicazione di Gabriele d’Annunzio, lo chiamò Parrozzo. Numerose furono le dediche del poeta pescarese al suo dolce preferito. Anche altri artisti e letterati abruzzesi contribuirono alla nascita di questo nuovo dolce: Luigi Antonelli, commediografo e critico teatrale che scrisse la Storia del Parrozzo; Armando Cermignani, ceramista insigne che realizzò i disegni e i colori della scatola; il Maestro Di Jorio che musicò la canzone del Parrozzo su testo dell’umanista Cesare De Titta. La registrazione deiMarchi e Brevetti relativa al Parrozzo risale al 1926.

PASTICCI DI RAPINO

I pasticci sono dolci da forno ripieni caratteristici di Rapino, località pedemontana della Majella nord-orientale, tradizionalmente serviti durante le cerimonie e le feste. Hanno la forma di una tartelletta, simili al bocconotto frentano, e sono preparati con farina tipo “00”, tuorlo d’uovo, zucchero, burro e ammoniaca. Una volta impastati gli ingredienti per la sfoglia, dal panetto si staccano piccole quantità che vanno a foderare piccole forme in alluminio in cui viene inserito il ripieno. Questo invece è costituito da un composto cremoso a base di latte, cioccolato fondente, limone e di un trito di mandorle tostate e cannella in polvere, tutti cotti insieme. Il tutto viene messo in forno a 180-200°C fino a cottura. I pasticci oggi sono prodotti in piccolissime quantità casalinghe o da artigiani e fornai locali.

PAPATELLI

Tipici della provincia di Teramo, in particolare delle zone montane e pedemontane dell’entroterra, i pepatelli sono piccoli biscotti piatti dello spessore di circa mezzo centimetro, di colore giallo-grigio, duro ed elastico alla masticazione, preparati con farina intera, miele, mandorle e pepe macinato. La loro ricetta e la loro tradizione si ricollegano con evidenza al medievale “pan pepato”, così tipico delle regioni dell’Appennino centrale, di cui rappresentano una delle innumerevoli varianti locali. Il procedimento prevede che in una padella venga sciolto il miele, cui si aggiungono le mandorle (con la buccia) leggermente tostate. A parte viene preparata la fontana di farina al centro della quale si versano il miele e le mandorle, le bucce di arancia a quadretti, il pepe e l’olio. A questo punto si inizia a impastare, prima con un cucchiaio di legno poi con le mani. Quando l’impasto è ben amalgamato si fanno dei rotoli larghi 5-6 cm, che vengono appena schiacciati e infornati a 175-180°C fino a quando non abbiano assunto una doratura omogenea e consistente. Appena sfornati, i rotoli vanno subito tagliati a fettine sottili e se tenuti in barattoli ben chiusi, in modo da non far perdere umidità ai biscotti, si conservano freschi. La metodica tradizionale di lavorazione è in uso da più di 25 anni, ed è infatti attestata da Rino Faranda in Gastronomia Teramana

PIZZA DI PASQUA

La pizza di Pasqua è diffusa in tutto l’Abruzzo. Appartiene alla categoria dei dolci legati alle festività e necessita di una lunga quanto irrinunciabile preparazione. Si tratta di una torta di forma cilindrica di colore dorato scuro. L’impasto è a base di uova, latte, farina, lievito di massa, olio di oliva, zucchero e semi di anice con l’aggiunta di limone grattugiato, cedro candito, uva secca e cannella. Si procede montando a neve gli albumi che vanno uniti ai tuorli sbattuti con lo zucchero. Quindi si aggiungono l’olio, la farina, il lievito e i semi di anice e si mette il composto a lievitare una prima volta per circa 24 ore. Poi si aggiungono tutti gli altri ingredienti amalgamando bene e stendendo la massa su pirofile precedentemente unte e coperte con carta oleata, facendo attenzione a riempirle per un terzo della loro capienza per permettere all’impasto di lievitare una seconda volta per altre 24 ore. Trascorsi i tempi di lievitazione, si inforna la pizza per circa 60 minuti a 150°C. Questa ricetta è conforme da più di 25 anni alle regole imposte dalla tradizione: infatti compare già in Gastronomia Teramana

PIZZA DI RICOTTA

La pizza di ricotta è un gustoso prodotto di pasticceria diffuso in tutto l’Abruzzo. Si tratta di una torta con ripieno di ricotta fresca, zucchero, tuorlo d’uovo, limone grattugiato ed eventualmente canditi misti a pezzetti, con aggiunta di cannella e rum. Una volta preparata la pasta frolla, a parte si sbattono bene la ricotta e lo zucchero, e poi si aggiungono tutti gli altri ingredienti. Si stende su una tortiera uno strato di pasta frolla e si va a coprire con il ripieno. Terminata questa fase, si inizia a stendere sul ripieno il resto della pasta frolla, tagliato a strisce, formando una grata come si usa per le crostate. Dopo 40 minuti di cottura a 160°C il dolce è pronto. Rino Faranda nella sua Gastronomia Teramana (Ed. Tercas, Teramo) descrive, già nel 1978, i metodi tradizionali della preparazione di questa gustosa ricetta.


PIZZA DI RICOTTA E CREMA

Preparata in tutto l’Abruzzo, è una torta con ripieno di ricotta fresca, zucchero, limone grattugiato (talvolta anche pezzetti di frutta candita mista), cannella, rum, impastata e ben amalgamata con crema pasticcera. Nella preparazione (descritta da Rino Faranda in Gastronomia Teramana, Ed. Tercas, Teramo 1978) è importante setacciare bene la ricotta e poi aggiungervi lo zucchero, la buccia di limone, il cedro candito e la cannella. A parte, si prepara una crema con il latte, le uova, lo zucchero e 2 cucchiai rasi di farina. Una volta fatta raffreddare questa crema la si unisce ben bene alla ricotta già amalgamata con gli altri ingredienti. Nel frattempo con la pasta frolla, precedentemente preparata e tirata in foglia, si riveste una teglia, versandovi quindi e regolarizzando al suo interno il ripieno. Sempre con la foglia di pasta frolla si provvede infine a realizzare la copertura, che può essere sia intera che a reticolo, con striscioline incrociate di pasta.

PIZZA DOLCE TRADIZIONALE

La pizza dolce o pizza dogge, è una semplice torta di Pan di Spagna farcita con strati di crema e cioccolato, prodotta e conosciuta in tutto il territorio regionale. È considerata a tutti gli effetti la torta delle feste, tanto da essere al centro di ogni cerimonia abruzzese. Si prepara innanzitutto un Pan di Spagna seguendo la ricetta tradizionale abruzzese, che ha come ingredienti uova, farina e zucchero (ma qualcuno aggiunge anche 1/4 di buccia di limone grattugiata). Una volta battuti, i rossi d’uovo si amalgamano con gli albumi montati a neve e lo zucchero fino a ottenere un composto bianco, gonfio e quasi spumoso. Si aggiunge la farina, che deve essere stata setacciata tre volte e che va incorporata pian piano senza formare grumi. Quando tutto è ben amalgamato, si versa l’impasto in una teglia preventivamente imburrata e infarinata, e si mette in forno a 180°C per 30-40 minuti. La cottura sarà ultimata quando il Pan di Spagna presenterà una delicata doratura giallo paglierino. Si ottiene così una superficie delicatamente spugnosa, di consistenza variabile a seconda del dosaggio degli ingredienti. Una volta ben raffreddato e “asciugato” (24-48 ore dalla cottura), il Pan di Spagna è pronto per essere tagliato orizzontalmente in tre precisi tagli orizzontali, sezionato in quattro dischi, che racchiuderanno tre strati interni di farciture. A parte si prepara la crema per il ripieno. Ciascun disco, man mano che procede la farcitura, va preventivamente inzuppato con una diversa miscela liquorosa, le cui componenti sono rum, alkermes, caffè, maraschino o altri liquori a piacere, interi o diluiti con acqua zuccherata. Sopra ciascun disco, a partire da quello di base, si spande un bello strato di crema diversa: crema raffinata o pasticciera, pasta reale (mandorle elaborate), crema al cioccolato fondente. Con l’aiuto di un coltello o di una spatola metallica, bisogna avere l’accortezza di aggiustare il contorno della torta in modo pulito e regolare. La superficie è spesso ricoperta da crema bianca con mandorle tostate e tritate o da panna montata, o da una glassa di zucchero bianco, sulla quale si possono infine comporre le più diverse decorazioni con creme in siringa, confetti colorati, granelle dolci, o altro.

PIZZELLE (FERRATELLE, NEVOLE, NEOLE, CANCELLATE)

Le pizzelle sono diffuse in tutta la regione, anche se tra le diverse località di maggiore produzione si assiste a una certa diversificazione dovuta soprattutto alla consistenza dell’impasto e agli ingredienti utilizzati per aromatizzare (limone o anice). Sono inoltre conosciute con differenti nomi, tra cui neole, nevole (a Ortona), ferratele o cancellate. Si tratta di una cialda cotta con un apposito “ferro” leggermente incavato e segnato a piccoli quadretti o rombi all’interno, che riesce a dare al prodotto la caratteristica forma, in genere quadrata, tondeggiante o a ventaglio, con forgiatura a rilievo (quadretti, righe o rombi, appunto). La ricetta è molto semplice. Si montano gli albumi delle uova e successivamente si aggiungono i rispettivi tuorli, l’olio extravergine di oliva, lo zucchero e la buccia di limone grattugiata. Mescolando energicamente si aggiunge pian piano la farina fino a ottenere un impasto morbido. Al centro del ferro, precedentemente oliato e riscaldato sulla fiamma del camino, sul gas o elettricamente, si versa un cucchiaio dell’impasto; poi si richiude il ferro e lo si mette sulla fiamma, avendo cura di girarlo sull’altro lato a metà cottura. Quando l’impasto raggiunge una bella colorazione oro può ritenersi cotto, e quindi con l’aiuto di una forchetta si stacca facilmente dal ferro e si pone in un vassoio a raffreddare. Molto importante è stabilire, in funzione del tipo di ferro e

SASSI D’ABRUZZO O MANDORLE

Tipici della provincia di Teramo, in particolare dei comuni della Val Vibrata, i sassi d’Abruzzo sono anche chiamati mandorle “atterrate”. Si tratta di mandorle che, per la particolare lavorazione, si presentano simili a sassolini ricoperti da uno strato irregolare di colore marroncino che fa appunto pensare alla terra, ed è costituito invece da cacao amalgamato con lo zucchero. Per ottenere questo risultato si mette a bollire un mezzo bicchiere di acqua e zucchero, si aggiunge quindi il cacao, al cui sciogliersi si uniranno le mandorle, precedentemente abbrustolite con tutta la buccia. Successivamente si mescola tutto finché lo zucchero non si attacca perfettamente alle mandorle. A questo punto bisognerà solo lasciar raffreddare le mandorle sino all’indurimento.

SCRIPPELLE

Le scrippelle, tipiche del teramano, si presentano come sottili frittatine preparate con farina, uova e acqua. Per la preparazione delle scrippelle (o screppelle), occorre amalgamare uova e farina, diluendole con mezzo bicchiere d’acqua per ogni uovo. Unta la padella con lardo (o con olio) e lasciata scolare per un po’, con un mestolo si versa l’impasto un poco alla volta, e lasciando cuocere a fuoco basso, così da ottenere delle frittatine molto sottili. Oltre che ‘mbusse (bagnate) in brodo di gallina, possono essere utilizzate per un’altra squisitezza tradizionale della zona, il timballo alla teramana: si tratta di una preparazione che utilizza le scrippelle in sostituzione della sfoglia di pasta, con le scrippelle disposte a strati, una sull’altra, e alternate con un ricco condimento, che può essere sia solo in bianco con carciofi fritti (oppure spinaci o piselli) e scamorza, sia aggiungendo un sugo realizzato con un trito di carne di manzo, agnello e maiale (200 g ciascuno per 6 persone), polpettine, pomodoro, cipolla, carota, parmigiano e uova sbattute con il latte. Questo stesso condimento può accompagnare i cannelloni (scrippelle arrotolate e ripiene di un impasto a base di carne o di ricotta e spinaci) e anche i fagottini (ripiegati su se stessi, vuoti o con gli stessi ripieni dei cannelloni). Una piccola notazione riguarda la simpatica discussione che appassiona gli esperti locali circa la preparazione del timballo, in particolare

SERPENTONE DI FARA FILORUM PETRI

Tipico dolce di Fara Filiorum Petri il serpentone (localmente ‘lu serpendone’) veniva preparato anticamente in coincidenza della macellazione del maiale in quanto per la farcitura di questo prodotto veniva impiegato il sanguinaccio. Attualmente viene preparato sempre in occasione della festa di Sant’Antonio, il 17 gennaio: la notte precedente a Fara (toponimo di chiara origine longobarda) vengono accese le famose “farchie”, altissimi fasci di canne preparate dalle diverse contrade, lasciate ardere tutta la notte in memoria del miracolo del santo che salvò il paese dall’assedio francese nel 1799. Il serpentone prende il nome dalla caratteristica forma simile a un serpente arrotolato su se stesso. Di questo dolce esistono due varianti: la prima dalla superficie chiara ricoperta da una glassa di albume e zucchero, e la seconda scura, ricoperta di cioccolato. Gli ingredienti impiegati sono gli stessi per entrambe le versioni: uova, farina, olio extravergine di oliva, vino bianco e zucchero per realizzare l’impasto esterno che oggi non viene più farcito col sanguinaccio ma con marmellata d’uva, cioccolato, noci, mandorle, mosto cotto, buccia di agrumi e aromi naturali. La lavorazione avviene impastando gli ingredienti per la pasta frolla costituente l’involucro, e mescolando separatamente quelli della farcitura; la pasta frolla viene poi stesa, ricoperta con uno strato di ripieno, arrotolata a formare il serpente e cotta in forno. Si conserva alcuni giorni, senza perdere la sua fragranza. Tagliando a fette il dolce, se ne osserva lo strato esterno simile a una pasta frolla molto tenera, farcita col ripieno dalla consistenza morbida e molto profumata. Il fatto che il serpentone sia un dolce legato alla tradizionale festa di Sant’Antonio, che affonda le sue radici in tempi remoti, è una prova che la produzione di questo dolce è fortemente connessa alle tradizioni e alla cultura del territorio.

SFOGLIATELLA DI LAMA

La zona di produzione tipica della sfogliatella di Lama è quella del comune di Lama dei Peligni e la sua produzione, contrariamente a quanto è successo per altri dolci locali, è rimasta circoscritta a questo paese, probabilmente a causa di una lavorazione piuttosto complessa. Esistono, tuttavia, in altri paesini montani della provincia di Chieti dolci simili alla sfogliatella, diversi negli ingredienti utilizzati o per la forma e la procedura di realizzazione. La sfogliatella presenta una forma ovale e, come il nome stesso lascia intendere, la pasta che avvolge la farcitura presenta innumerevoli sfoglie che danno al dolce un aspetto particolare e attraente. La pasta sfoglia esterna nasconde una farcitura squisita fatta con marmellata d’uva e di amarena, con mosto cotto, noci e cacao, ingredienti questi che danno al composto un profumo irresistibile e al tempo stesso conservano la morbidezza del dolce per lungo tempo. Per la sfoglia si dispone su una spianatoia di legno, o direttamente su un tavolo di marmo, la farina a fontana, si impasta con un uovo strutto di maiale sciolto contenuto in un guscio di uovo intero, acqua salata contenuta in un guscio di uovo intero, un cucchiaino da caffè di zucchero, un pugno di farina corrispondente alla quantità di strutto e acqua.

SGAIOZZI

Dalla tipica forma tonda, di colore bruno dorato all’esterno e crema tendente al giallognolo all’interno, gli sgaiozzi sono semplici dolci della cucina popolare tipici della provincia di Pescara. Vengono preparati tradizionalmente in occasione delle festività natalizie e del carnevale. Farina tipo “0”, uova, semi di anice, zucchero, patate lesse e lievito di birra costituiscono gli ingredienti di base a cui si aggiungono farina di mais, uvetta passa e lievito naturale. La caratteristica forma tonda è dovuta al prelievo dall’impasto di piccole porzioni utilizzando il cucchiaio, che poi vengono fritte in abbondante olio di oliva. La tradizione orale del posto e dei forni testimoniano l’antico uso di elaborare questi dolci soprattutto nelle zone di campagna.

SISE DELLE MONACHE

Le sise delle monache, dette anche “Tre Monti”, si producono esclusivamente a Guardiagrele, in provincia di Chieti. Il dolce di pasta fresca è composto da due alti strati di soffice Pan di Spagna intercalati da uno strato di crema pasticcera. Il Pan di Spagna si ottiene da una particolare lavorazione di uova fresche, zucchero e farina, mentre per la crema si usano latte fresco, uova, farina, zucchero, limone. La forma è quella tipica di tre monticelli accostati a triangolo in riferimento alle tre vette della Majella sotto cui sorge Guardiagrele. Anticamente per la cottura della crema, si usavano recipienti in rame, oggi sostituiti da recipienti in acciaio inossidabile. La cottura del Pan di Spagna avviene in forno. La bontà di questo dolce sta proprio nella sua semplicità e nella genuinità degli ingredienti, mentre il nome è ricoperto di aneddoti e curiosità. Creatore di questa specialità fu nel 1884 il pasticcere Giuseppe Palmerio, divenuto simbolo della cittadina di Guardiagrele, che mandato dal padre a Napoli a imparare l’arte della pasticceria, ne tornò carico di esperienza. Dalla sua fantasia nacque questo dolce semplice e raffinato. Un giorno, il poeta dialettale guardiese Modesto Della Porta (1885-1937) nel vedere un vassoio fitto di queste paste appena sfornate e coperte di zucchero a velo, ne decantò la freschezza paragonandole, per il candore, a quel particolare anatomico delle suore, le quali, secondo una leggenda, per nascondere e confonderne l’evidenza, all’altezza del seno usavano inserire dei panni a forma di terza protuberanza. Secondo altri racconti popolari questo dolce era già prodotto in epoca ben più antica dalle Clarisse, e sarebbe dunque riconducibile alle suore di questo ordine.

SPUMINI

Tipici pasticcini abruzzesi, a forma di barrette di 6-8 cm di lunghezza, gli spumini sono realizzati con un impasto a base di mandorle, zucchero, limone grattugiato, cannella in polvere e glassa di albume d’uovo. Per la preparazione si sbattono le chiare con lo zucchero, sino a ottenere una pasta sostenuta. Quando il tutto è ben montato, si toglie circa una quarta parte e si aggiungono le mandorle, la cannella e la buccia di limone grattugiata. Si versa l’impasto sulla spianatoia e si formano dei grossi cannelli schiacciati che, una volta spalmati con le chiare montate precedentemente messe da parte, si tagliano in pezzetti dello spessore di circa 3 cm e si mettono a cuocere, a forno debole, per 15-20 minuti. La preparazione di questi dolci ha sicuramente più di 25 anni.

SVIVITELLA

La svivitella ha rappresentato per molte generazioni uno spuntino nutriente e allo stesso tempo dietetico, il classico “spezzafame” da gustare a colazione con il latte, oppure a metà giornata, bagnato al vino. Gli ingredienti per la preparazione per sei persone sono indicativamente 600 g di farina tipo ‘00’, 30 g di burro, 3 uova, 6 cucchiai di zucchero, 1 bustina di lievito, 1 bustina di vanillina, 1 bustina di zucchero a velo, 1/2 bicchiere di latte e buccia grattugiata di limone. Per l’elaborazione si montano le uova con lo zucchero, aggiungendo il lievito e la vanillina sciolti nel latte e la farina necessaria per ottenere un composto cremoso. Quando il composto è quasi pronto si aggiunge la buccia grattugiata di limone, si versa tutto in una teglia con il foro centrale, precedentemente imburrata, e si mette in forno per circa 30 minuti a 180°C. Dopo aver sfornato il dolce, si cosparge con zucchero a velo. Può essere offerto agli ospiti come dessert e può accompagnarsi anche con un bicchierino di vino cotto o di moscato. Di tradizione contadina, prevalentemente dell’area frentana-sangrina in provincia di Chieti, la svivitella era preparata soprattutto nel periodo della mietitura, quando il duro lavoro era cadenzato da diverse soste culinarie. La svivitella veniva servita durante la pausa pomeridiana della mietitura.

TORCINELLI

Tipici dolci soffici e morbidi del periodo natalizio, di antichissima tradizione in Abruzzo e, in particolare, nella provincia di Pescara, come testimonia la tradizione orale, i torcinelli o turcinill’ hanno la caratteristica forma allungata e attorcigliata di circa 15-20 centimetri, colore dorato esternamente e bianco giallastro all’interno. Particolarità del processo di realizzazione di questo tipico prodotto da forno, preparato soprattutto negli ambienti rurali, è l’utilizzo delle patate che vengono sbucciate, lessate e schiacciate. Successivamente si impastano con tutti gli altri ingredienti, ossia farina, uova, zucchero, semi di anice e lievito di birra. Segue la preparazione manuale di cilindretti che vengono attorcigliati e fritti in abbondante olio di oliva bollente. Dopo la cottura e prima di essere serviti, vengono spolverati con lo zucchero.


TORRONE DI GUARDIAGRELE

Viene prodotto esclusivamente a Guardiagrele (in provincia di Chieti), e si tratta più propriamente di un croccante, costituito da mandorle intere tostate mescolate a zucchero, cannella e frutta candita. Anticamente, per amalgamare gli ingredienti e per la cottura si usavano recipienti in rame, oggi sostituiti da recipienti in acciaio inossidabile. Il torrone di Guardiagrele ha generalmente una dimensione ridotta (circa 8 centimetri di lunghezza e 3 di altezza, 80 g di peso) e da decenni è assai conosciuto e apprezzato anche fuori regione: lo scrittore Ignazio Silone, ad esempio, ne ordinava in gran quantità per farne dono ai suoi amici a Roma. Si presenta compatto, di colore scuro, mediamente croccante e con un gusto deciso ma non eccessivamente dolce.


TORRONE TENERO AL CIOCCOLATO AQUILANO

Caratteristico della città di L’Aquila, il torrone tenero al cioccolato aquilano si presenta nella forma tipica a barrette, di colore marrone cioccolato, con le nocciole visibili sui lati, ed è prodotto secondo una tradizione ormai consolidata da diversi decenni. Per la particolarità del suo impasto, per la qualità delle materie prime e per l’assenza di qualsiasi conservante, il torrone aquilano si distingue dagli altri tipi italiani di torrone. Si ottiene amalgamando miele, albume montato a neve, zucchero e un po’ di vaniglia, che viene riscaldato a “bagnomaria”, ossia sopra una pentola di acqua in ebollizione. Vengono poi aggiunte nocciole scelte tostate, in quantità non inferiore al 30% e il cacao. L’impasto quindi viene steso a caldo fra due fogli di ostia, lasciato asciugare e tagliato a stecche in modo da rendere visibili le nocciole intere. Il torrone tenero al cioccolato aquilano è una creazione originale della famiglia Nurzia che ne conserva gelosamente la ricetta sin dai primi anni del ‘900. Fu Francesco Saverio Nurzia, abile pasticciere, ad avere l’idea di realizzare questo tipo di dolce che fu poi perfezionato dal figlio Ulisse che studiò a fondo le caratteristiche del cacao. Conosciuto già prima della Grande Guerra, tra il 1920 e il 1930 si diffuse la tradizione di servire il torrone nelle ricorrenze famigliari e nelle feste di paese.


TORRONE TENERO AL CIOCCOLATO DI SULMONA

Prodotto nel comune di Sulmona e commercializzato in forma di stecca, il torrone tenero è costituito da un impasto morbido, spugnoso, di colore marrone, costituito da nocciole tostate, visibili sui lati tagliati (in quantità non inferiore al 30%), con un foglio di ostia alla base e uno a copertura della stecca, miele, zucchero, cacao, albume e vanillina. Il processo di elaborazione si effettua nella cosiddetta torroniera (con vasca in rame). Dapprima si fanno cuocere insieme il miele e il bianco dell’uovo. Si aggiungono di seguito il cacao, lo zucchero e le nocciole tostate nelle apposite macchine tostatrici. L’impasto, ancora caldo, viene steso con la spatola all’interno di teglie in acciaio, precedentemente foderate di ostia, e lasciato a raffreddare per una notte. Il giorno seguente viene tagliato con la taglierina in vari formati e quindi confezionato. L’antica produzione del torrone in questa zona è comprovata da documentazioni amministrativo-contabili (come fatture, bolle di consegna, ecc.) conservate dai produttori, da foto storiche datate, da materiale pubblicitario e da vecchie confezioni.

UCCELLETTI

Gli uccelletti, localmente lì cellitt’ o ‘celli pieni, sono costituiti da una sfoglia croccante dentro la quale si nasconde un morbido ripieno di marmellata d’uva o di fichi. Sono originari del teramano, anche se attualmente sono prodotti in tutto il territorio regionale, e il nome deriva dalla loro forma, che riproduce appunto il profilo di un uccellino, anche se spesso nelle loro varianti più recenti è rimasta solo una mezzaluna, come simbolo del corpo del volatile. Preparata una sfoglia di circa mezzo centimetro, bisogna tagliarla in pezzi a forma di quadrato, al centro dei quali si pone un mucchietto di marmellata. A questo punto si richiude la sfoglia formando un triangolo. Con le due punte si forma da un parte la testa dell’uccellino, dall’altra la coda, che va incisa con le forbici così da ottenere 3-4 strisce. Volendo si può praticare qualche altra piccola incisione sul centro dell’uccellino. Terminata questa fase, si dispongono i dolci su una placca imburrata e infarinata e si fanno cuocere a 160°C per circa 20 minuti. A cottura ultimata si cospargono gli uccelletti con zucchero a velo.

ZEPPOLE DI SAN GIUSEPPE

Dolci caratterizzati dalla forma di un grosso bignè con un ciuffo di crema pasticcera e una ciliegia candita al centro, vengono prodotti in Abruzzo durante tutto l’anno e in particolare per la festività di San Giuseppe, che cade il 19 marzo. Per la sua preparazione si mettono in una casseruola acqua, strutto e sale e si porta il tutto a ebollizione; poi si versa poco per volta la farina, mescolando sempre. L’impasto sarà pronto quando si staccherà dai bordi del recipiente e, una volta raffreddato, si aggiungono le uova separatamente, sempre lavorando la pasta. Quindi, con le mani unte di olio, si vanno a formare dei bastoncini, curvandoli e incrociandoli ai capi, per dare loro forma di zeppole. A questo punto si friggono in olio bollente e, man mano che si tolgono dalla padella, si spolverano con zucchero e cannella. Quindi si riempiono con crema pasticcera e si decorano nella parte superiore con la stessa crema e un’amarena. La cottura delle zeppole può essere fatta anche al forno.

sull’utilizzo delle screppelle o della classica sfoglia di pasta tagliata a fazzoletti. C’è comunque da dire che ben più fine e squisita è la versione del timballo con le scrippelle. In ogni caso la cottura avviene mettendo la teglia in un forno già caldo a temperatura di 160°C per un tempo variabile (in genere un’ora), quando il calore abbia amalgamato bene il tutto e abbia creato una leggera crosta sull’ultimo strato. Con ogni probabilità le scrippelle sono una derivazione rielaborata delle crêpes francesi (come riferisce un articolo pubblicato sulla rivista “Abruzzo enogastronomico“, A. VIII n. 3, dal titolo “La cucina francese…una bella favola“). La loro versione ‘mbusse, ossia bagnate in brodo, ricetta tipica del teramano, sarebbe stata invece inventata da un cuoco locale, Messer Enrico dei Castorani, che dava man forte a un cuoco francese addetto alla mensa degli ufficiali di stanza a Teramo. Al posto del pane il cuoco francese usa va passare ai commensali le crêpes, ritenendole più gradite e appetibili del rozzo pane di granoturco e del pane nero prodotti in quel periodo di carestia. Per un caso fortuito un vassoio di crêpes che Messer Enrico dei Castorani stava preparando, cadde in un recipiente colmo di brodo. Non sapendo come rimediare il cuoco teramano pensò bene di servire, al posto della minestra, quel delizioso miscuglio di crêpes e brodo di gallina. Sembra che nacquero così le “scrippelle” teramane in brodo. L’attestazione della metodica di lavorazione la troviamo, come per tanti prodotti del teramano con una tradizione di almeno 25 anni, nella pubblicazione di Rino Faranda Gastronomia Teramana

La delicatezza della sfoglia e il sapore più deciso della farcitura caratterizzano la sfogliatella lamese e ne fanno un prodotto richiesto dai palati più esigenti. L’origine delle sfogliatelle di Lama si colloca negli ultimi anni del 1800, quando, una nobildonna di Santa Maria Capua Vetere, Francesca D’Antona, chiede alla nuora, donna Anna di Guglielmo, originaria di Civitella Messer Raimondo (paesino vicinissimo a Lama), la ricetta della sfogliatella napoletana, dal momento che questa aveva vissuto nel capoluogo partenopeo prima di trasferirsi nel 1902 a Lama con il marito, il barone Tabassi. Fu appunto qui che la ricetta per realizzare la più nota sfogliatella napoletana venne sostanzialmente modificata da donna Anna, che pensò di adattarla ai suoi gusti, ma probabilmente anche alla disponibilità di ingredienti di facile reperibilità in zona. La sfoglia, con l’ausilio dello strutto (un prodotto molto utilizzato nella cucina tradizionale), diventò più morbida, mentre la farcitura venne sostanzialmente modificata attraverso l’utilizzo di produzioni locali quali la marmellata d’uva montepulciano, il vitigno più diffuso in Abruzzo, la marmellata di amarena, che nasce spontanea a ridosso della Majella che sovrasta il paese, e quindi il mosto cotto e le noci. Questo dolce semplice e raffinato al tempo stesso veniva offerto a commensali di rango quando si ritrovavano a festeggiare ricorrenze particolari e la ricetta, gelosamente custodita, non varcò mai la soglia di Palazzo Tabassi. Solo intorno agli anni ‘60 questa ebbe diffusione tra i Lamesi, grazie al cuoco della famiglia Tabassi che ne fece conoscere i segreti ad alcune signore del paese che, a loro volta, li resero di dominio pubblico.

dell’intensità della fiamma, i tempi di cottura ottimali; a tal proposito la tradizione stima la giusta durata nel lasso di tempo necessario per recitare un “Ave Maria” da un lato e un “Pater Nostro” dall’altro lato. Generalmente, in funzione della grandezza e della profondità del ferro, da un uovo si possono ottenere da 3 a 5 pizzelle. Il risultato è un dolce molto gradevole di consistenza morbida (più alta) o più croccante (più sottile) a seconda della ricetta che varia tra i luoghi e tra le famiglie e quindi del ferro utilizzato. Non si hanno notizie certe circa l’origine di questo dolce, ma la tradizione di forgiare i ferri con al centro impresso da un lato lo stemma del casato o le iniziali del proprietario e dall’altro lato la data di fabbricazione, permette di affermare che già alla fine del 1700 inizio del 1800, i ferri per la cotture delle pizzelle erano largamente presenti nelle famiglie abruzzesi. Tradizionalmente le pizzelle erano tipici dolci matrimoniali, preparate in e offerte a tutti gli invitati che per l’occasione si recavano a visitare la dote esposta dalla sposa, ma la preparazione di questo dolce si è estesa successivamente a tutte le feste sia di carattere religioso che civile. L’uso del ferro e la forgiatura classica (come abbiamo visto a quadretti, righe o rombi) consente di individuare l’origine degli altri nomi utilizzati per questo prodotto o per le sue piccole variazioni: semplice è per ferratelle e cancellate (che qualcuno riconduce anche al fatto che storicamente venissero preparate da suore di clausura); più difficoltoso è l’origine di neole o di nevole (probabilmente nuvole, data la loro soffice consistenza) che generalmente sono più morbide e dunque si prestano meglio a ospitare, poste una sull’altra, un ripieno a base di scrucchiata (marmellata di uva), crema, cioccolato o miele. Alcune particolarità presentano le nevole, che individuano quelle che si producono esclusivamente nell’ortonese e che sono realizzate aggiungendo del mosto cotto nell’impasto. In virtù della consistenza morbida, le nevole si presentano arrotolate a formare una specie di cono, hanno un gusto più particolare e possono a loro volta anche essere preparate con il ripieno.

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La produzione dei confetti di Sulmona è localizzata esclusivamente nell’antichissimo centro peligno, in provincia di L’Aquila. Il confetto tipico è composto da un nucleo, “l’anima” di mandorla intera sgusciata e pelata, rivestita da strati di zucchero sovrapposti per successive bagnature. L’anima può essere costituita anche da altri ingredienti (nocciola, cannella, cioccolato, canditi vari, pistacchio, frutta secca) ricoperta da strati di zucchero e/o di cioccolato. Forma e dimensioni del confetto varieranno in tal caso in funzione dell’anima, così come il rivestimento potrà essere liscio o a superficie rugosa. Dopo un’accurata selezione manuale, le mandorle vengono pelate per le partite ancora provviste dei tegumenti seminali e sottoposte a un controllo dell’umidità, con il ricorso a un’eventuale essiccazione in locali appositi e/o in essiccatori ad armadio. Si procede all’ingommatura (rivestimento dell’anima realizzato con gomma arabica liquida o in polvere ed effettuata con bassine preferibilmente di rame o acciaio) e alla incamiciatura (effettuata utilizzando esclusivamente amido di riso in polvere, realizzata in bassine preferibilmente dì rame o acciaio). Si passa alla confettatura rivestendo il prodotto con strati di zucchero ottenuto

nelle bassine opportunamente riscaldate, attraverso fasi alterne di bagnature e asciugature, fino a ottenere lo spessore desiderato. Per la bagnatura si utilizza uno sciroppo a base di acqua e zucchero extra fine, bollito in modo da ottenere uno sciroppo di varie gradazioni. I confetti devono poi essere asciugati su telai in legno con il supporto di adeguati materiali assorbenti. I confetti vengono infine confezionati e conservati in luoghi freschi e asciutti. La lunga tradizione che accompagna la produzione dei confetti di Sulmona ha origini antichissime ed è ben documentata attraverso i secoli. Un primo repertorio di fonti certe è il volume Le relazioni commerciali di Sulmona con altre città d’Italia durante il secolo XIV (Simeone edizioni, L’Aquila 1902) dello storico sulmonese Giovanni Pansa (1865-1929), il quale informa che già in alcune pergamene del XIV secolo, conservate presso l’archivio della SS. Annunziata in Sulmona, si parla di scatole intarsiate e cofanetti che contenevano “confecteria smaltati”. Nel secolo successivo le notizie storiche diventano più numerose e precise. Indubitabile è quanto scritto nel Catasto delle Chiese del sec. XVI, depositato presso l’archivio municipale di Sulmona, in cui si fa riferimento in maniera esplicita al prezzo dei confetti che ammontava all’epoca a “carlini 3 la libbra”. Nel XVII secolo l’industria confettiera di Sulmona doveva aver raggiunto una tale fama e qualità del prodotto che si stabilisce nei confronti dei mercanti milanesi e veneziani, dimoranti in Sulmona, il diritto proibitivo per le confetture, in sostanza il divieto di produrle in loco ed esportare i confetti, salvaguardando perciò la professione dei mastri artigiani locali. Numerosi sono i documenti del XVI e XVII secolo nei quali diverse autorità dell’epoca – principi e vescovi – ringraziano il Capitolo Diocesano di Sulmona per gli omaggi in confetti che hanno ricevuto da esso (G. Pansa, ibidem). Il confetto era pertanto considerato un prodotto di lusso e di pregio. Dalla seconda metà del 1700 la produzione dei confetti ha un notevole incremento grazie alle maggiori disponibilità di zucchero conseguenti alla estrazione dalla barbabietola. L’incremento è testimoniato in vari documenti. Panfilo Serafini nella monografia su Sulmona scrive nel 1853: “Ne abbiamo dodici fabbriche dove lavorano un quaranta confettari che danno circa 1000 libre di confetti al giorno, di specie diverse: cannellini, pistacchio, cacao, cioccolato, cedro, limone, Portogallo, mandorle, fragole, menta, pallette, anisi […] in generale tutte le confetture sulmonesi hanno attenersi per le migliori del Regno; e non saprei dire se tutt’ora se ne facciano nell’alta Italia che possano stare a confronto delle nostre”. Edwear Lear, viaggiatore inglese dell’800, nel suo Viaggio illustrato nei tre Abruzzi (1846) scrive che i confetti sono la grande ricchezza di Sulmona, che possiede dodici grandi fabbriche di queste delizie fatte di zucchero, tanto apprezzate da essere spedite in tutta Italia. T. Bonanni nel suo Le antiche industrie della provincia di Aquila (1888) riferisce di “fabbriche di confetture che ne forniscono di specie diverse e di qualità eccellenti alle continue domande che si fanno dalle province limitrofe, da Napoli e da Roma e da tutte le altre Città italiane. In Napoli vi sono dei pubblici spacci colla ditta – confetti di Sulmona – È un grande mezzo di industria per questa città”. La produzione confettiera all’epoca, infatti, è stata stimata pari a 300 kg al giorno.

I CONFETTI DI SULMONA

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